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sabato 21 marzo 2015

Che cosa serve alla Libia per essere pacificata

ultimamente circolano articoli, dove dei soloni/ so tutto io, ti spiegano cosa bisogna fare in Libia, eccone uno dei tanti.

Che cosa serve alla Libia per essere pacificata
14 - 03 - 2015 Gabriele Iacovino
Difficilmente il percorso negoziale libico potrà raggiungere dei risultati senza un approccio realmente regionale. L'analisi di Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (CeSi) presieduto da Andrea Margelletti
Che la via diplomatica sia l’unica percorribile per ricercare una soluzione alla guerra civile libica è un punto che è andato rafforzandosi nelle ultime settimane. Lo ha affermato con forza il premier Matteo Renzi, ponendo l’accento sulla chiarezza della posizione italiana, lo hanno ribadito i governi di mezza Europa e lo ha riconosciuto anche l’amministrazione Obama, nelle pochissime dichiarazioni effettuate a riguardo. Troppo pericolosa una missione internazionale in questo momento dove, oltre la minaccia crescente della crescita esponenziale dello Stato Islamico (IS) nel Paese, vi è un aperto conflitto tra fazioni di difficile identificazione.

Una volta appurato il consenso nelle diplomazie occidentali, ci si interroga su quale possa essere il percorso più rapido per avere dei risultati concreti che vadano ad arginare la violenza libica e possano gettare le basi per una pacificazione che vada a restringere le possibilità di un rafforzamento dell’IS sul territorio. La strada è quella segnata dai negoziati portati avanti dall’inviato delle Nazioni Unite Bernardino Leòn, grazie al quale si continuano a parlare le fazioni di Tripoli e quelle di Tobruk, esponenti dei due attuali governi della Libia, che finora non si sono ancora parlate direttamente. Un po’ perché le posizioni di partenza sono ancora troppo distanti, un po’ perché, non bisogna scordarlo, mentre si tenta il dialogo, sul campo la guerra va avanti. Ed è obiettivamente difficile accettare un negoziato se la tua controparte nello stesso momento ti sta bombardando o se sta cercando di cacciarti da una caserma a colpi di mortaio.
Obiettivamente è una situazione complicata anche per lo stesso Leòn che rappresenta sì le Nazioni Unite, ma che contemporaneamente porta avanti un tavolo negoziale al quale finora non si sono seduti tutti i protagonisti della crisi. Perché con il passare del tempo e con una crisi che ormai va avanti da quasi tre anni e mezzo, le incognite dell’equazione libica si sono moltiplicate. L’attuale guerra civile non può essere ricondotta ad un mero processo interno al Paese, ma è ormai un fenomeno regionale che non interessa solo la sicurezza italiana ed europea, ma vede profondamente impegnati vari attori, come l’Egitto e gli Emirati Arabi al fianco di Tobruk e il Qatar al fianco di Tripoli.
In tutto questo, lo stesso universo delle milizie libico non è di così facile lettura come la divisione di laici (Tobruk) contro islamisti (Tripoli) farebbe presumere. All’interno della guerra civile libica si è ormai innestato un meccanismo che mischia il tribalismo sociale del Paese agli interessi economici di singole città e alla sete di potere di signori della guerra che rendono il Paese sempre più vicino all’anarchia più totale.
Dunque, come rilevato da Franco Venturini sul Corriere della Sera alcuni giorni fa, nonostante la via diplomatica imboccata, il tempo stringe e vi è sempre più bisogno di risultati tangibili per evitare che l’instabilità libica porti alla creazione di un nuovo teatro del jihad globale alle porte dell’Europa ad opera dello Stato Islamico.
Un punto fondamentale per implementare il piano Leòn potrebbe essere quello di ripartire dalle tribù. Un accordo politico in Libia che cerchi di arginare le violenze è impensabile se oltre ai rappresentanti politici dei due governi non si mettano attorno ad un tavolo anche gli esponenti di spicco delle maggiori realtà tribali del Paese. Solo in questo modo si ricreerebbe un dialogo nazionale senza il quale qualunque soluzione negoziata internazionalmente sia poi applicabile realmente sul campo. In più, l’impegno politico internazionale dovrebbe essere anche rivolto ad arginare quelle figure che nel corso degli ultimi mesi hanno cercato di rafforzarsi e di catalizzare l’attenzione internazionale quali uomini forti del Paese.
Si pensi, soprattutto, al generale Khalifa Haftar, troppe volte additato come controparte credibile più per mancanza di interlocutori che per reale valenza personale. Già il fatto che abbia imposto la propria nomina a capo di Stato maggiore dell’Esercito libico (?) a quel governo di Tobruk che lui stesso dice di rappresentare fa capire la sua credibilità. Certo, non sarà così immediato convincere il suo primo sponsor, l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, ad abbandonare l’appoggio ad Haftar in nome di un processo di riconciliazione nazionale il cui fallimento aprirà ulteriormente le porte del Paese allo Stato Islamico.
Difficilmente il percorso negoziale libico potrà raggiungere dei risultati senza un approccio realmente regionale. Solo in questo modo gli attori che fiancheggiano l’una o l’altra parte potranno scoprire le loro carte in nome della ricerca di un equilibrio interno che vada a bilanciare i giochi di potere.
Per fare tutto ciò (che rimane un’impresa titanica) sarebbe realmente utile quella conferenza internazionale che lo stesso Venturini rievoca nel già citato articolo. In questo modo tutti gli attori coinvolti non potrebbero avere alibi e sarebbero messi davanti alle proprie responsabilità nella distruzione totale di un Paese. La centralità dell’Italia in questo processo sarebbe di fondamentale importanza, anche complice il fatto che la Libia non è nelle priorità dell’agenda dell’amministrazione americana. Roma è sempre stata ponte ideale tra l’Europa e il quadrante mediorientale e, mai come in questo caso, la diplomazia italiana potrebbe colmare questo gap di comunicazione tra gli attori impegnati nella crisi libica.
Tempo per i tentennamenti e per i calcoli né è rimasto ben poco. E la posta in gioco è ormai abbastanza chiara. Per troppo tempo si è cercato solamente di arginare un problema che ora richiede soluzioni drastiche. L’alternativa è lasciare tutto in mano all’anarchia aspettando che ora lo Stato Islamico, ora le milizie laiche, ora quelle islamiste prendano il sopravvento o distruggano definitivamente il Paese creando un buco nero del quale in questo momento è meglio non immaginare i risvolti.
Gabriele Iacovino è coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (CeSi) presieduto da Andrea Margelletti
Articolo preso da: http://www.formiche.net/2015/03/14/libia-guerra-onu/

Finalmente dopo anni, si sono accorti che "bisogna coinvolgere le tribù", bene grande illuminazione, quello che non dicono è che bisogna coinvolgere il popolo Libico, la pace che lorsignori propongono è la "pace" tra RATTI, solo il popolo Libico ha la soluzione; quale? Ovvio, cacciare tutti questi RATTI venuti dall' estero per distruggere ed infestare il paese.

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