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giovedì 17 novembre 2016

i colonialisti non rinunciano al loro progetto: dividere la Libia in 3


libia regioni 
Il governo italiano è proiettato al 4 dicembre, la politica estera tirerà le fila dopo la fatidica data del referendum costituzionale. I flussi migratori costano al nostro paese circa 3,8 miliardi d’euro, nel 2017 il rischio di una manovra bis è concreto. Chiunque si troverà a palazzi Chigi il prossimo anno dovrà occuparsi di gestire la questione libica, forse definitivamente. La direzione che si intraprenderà pare totalmente contraria al comunicato congiunto pubblicato dopo la riunione ministeriale per la Libia del 13 dicembre 2015, in cui veniva affermato “il nostro pieno appoggio al popolo libico per il mantenimento dell’unità della Libia e delle sue istituzioni che operano per il bene del paese”. A giudicare da indiscrezioni e da qualche anticipazione la direzione intrapresa è quella opposta.

Cinque anni fa, mentre veniva distrutta la Libia del colonnello Gheddafi, qualcuno ipotizzava la frantumazione del Paese nordafricano nato da antichi accordi tra le potenze europee. Tripolitania e Cirenaica erano entità separate sotto l’Impero ottomano e furono “unificate” con la conquista italiana cominciata nel 1911 e conclusasi venti anni più tardi.
Gli italiani, protagonisti d’una repressione durissima, istituirono in seconda battuta una sorta di consiglio generale formato da tutti i capi delle tribù libiche. L’Idea fu di Italo Balbo, governatore fascista, che arrivò a proporre d’estendere la cittadinanza a tutti i libici è che si prodigò nello sviluppare un colonialismo dedicato alle opere civili, dalla rete stradale a quella ferroviaria.
In quello stesso periodo Mussolini si mise d’accordo con la Francia per uno scambio: all’Italia veniva concesso il Fezzan, un pezzo di quello che era l’impero francese in Africa; a Parigi il Duce dava garanzie che l’Italia avrebbe rinunciato ad ogni mira sulla Tunisia, protettorato francese dal 1881.
Libia combattenti grande
La Libia fascista rimase unita per motivi politici, il goverbo italiano però amministrava la regione mantenendo la suddivisione ottomana. Anche la rappresentanza nel famoso consiglio tribale (che faceva capo al governatore ) fu paritetico. I libici furono uniti, ma forse più dal sentimento contro Roma.
La Seconda guerra mondiale segnò l’inizio della decolonizzazione. E nel 1969 fu il colpo di stato di Gheddafi a gettare le basi per la creazione di uno stato unitario nonostante rivalità tribali, regionali e le gelosie neo-coloniali delle potenze europee. Già allora la Francia propose alla Libia d’entrare nel proprio sistema economico ritagliato per l’Africa e comprendente di moneta. (esiste ancora in Africa Occidentale). Il Colonnello rifiutò. Anzi, rispose chiudendo le basi militari inglesi. Subito dopo avrebbe mandato a casa i 25mila coloni italiani che gestivano una parte consistente dell’economia e dell’agricoltura. Cancellava il passato e in cambio rafforzava i legami con l’Italia repubblicana, l’inizio dell’ossimoro che fece guadagnare credito al nostro paese negli stati arabi.
Via i coloni italiani (dall’oggi al domani) ma dentro l’Eni, che ebbe un ruolo quasi egemonico nel ricco settore degli idrocarburi. Lo “scatolone di sabbia” aveva e ha ancora alcuni dei giacimenti di petrolio e gas più importanti del Mediterraneo. Di ottima qualità, di facile estrazione e vicini alle nostre coste. Gheddafi, pur mantenendo ottimi rapporti con l’Italia in tutti i campi, sfruttava la memoria coloniale per cercare di consolidare nelle popolazioni del suo paese uno spirito nazionalistico al posto di vecchi tendenze tribali e regionali. In pratica il Colonnello utilizzò l’odio anti Italia in chiave di regime. L’Italia quindi fungeva da doppio pilastro per il regime: gestiva il settore economico mentre il Colonnello sfruttava la propria immagine negativa in chiave nazionalistica. Questo collante tenne insieme le bellicose tribù della Cirenaica per quasi quarant’anni.
Furono la Francia di Sarkozy ed il Qatar a risvegliarle e convogliarle nella rivolta della Cirenaica contro Gheddafi e il relativo potere centrale di Tripoli.
Silvio Berlusconi nello stesso periodo aveva appena firmato un accordo storico con la Libia: aveva chiesto scusa a nome del nostro Paese riconoscendo le colpe dell’Italia in epoca coloniale. Il prezzo da pagare sarebbe stato il solito, ovvero Italia utilizzata politicamente dal Regime. Italiani “battuti platonicamente” ma che in cambio avrebbero ricevuto commesse su commesse.
Gheddafi si fidava di Roma, ciecamente. Gli italiani del resto non avevano mai nemmeno tentato d’inserirsi nelle questioni interne. Non si fidava, a ragione, degli altri pretendenti alle ricchezze nascoste nel sottosuolo. I suoi rapporti con Washington: dopo anni di ostilità, erano migliorati, ma rifiutò di concedere agli americani una base militare strategica sul suolo della Libia, fu su quest’aspetto che la segretaria di Stato Hilary Clinton lavorò nel convincere il presidente Barak Obama (contrario in principio, come il capo di stato maggiore Usa) ad atatccare.
Libia mappa fuori 
La storia di questi ultimi anni è nota. Sarkozy e i servizi segreti di Parigi erano direttamente coinvolti nella rivolta scoppiata in Cirenaica. La Francia puntava ai giacimenti dell’Eni che oggi, mentre infuriano le guerre tra le fazioni libiche, sono protetti da gruppi tribali armati e personale straniero. Gli stessi che li difendono dalle formazioni dello Stato Islamico.“Discrezione”, si sono promessi gli occidentali. Infatti in Libia, onde evitare scontri campali, operano forze speciali americane, inglesi, francesi e probabilmente italiane. Tale atteggiamento però non è sufficiente ad arginare l’altro grave problema che affligge l’ex stato libico: la tratta degli esseri umani (quasi due miliardi di dollari il guadagno annuale per gli scafisti).
Ma cosa si prospetta per il futuro? In realtà una logica opposta. Ovvero si ipotizza uno sforzo militare misto non più contro lo Stato Islamico (che conta al momento circa 6.500 militanti in Libia e non rappresenta un problema militare rilevante), ma atto a stabilizzare il paese.
Una delle idee saltate fuori è quella di ridividere il Paese e affidare la gestione della Tripolitana all’Italia, la Cirenaica, con il suo petrolio, alla Gran Bretagna e il Fezzan, con preziosi metalli rari, alla Francia. Quanti uomini servirebbero? Sicuramente 200mila, suddivisi tra Francia, Italia e Gran Bretagna. Il comando sarebbe italiano e l’Italia avrebbe la concessione petrolifera su tutto il territorio. Ogni “potenza tutrice” dovrebbe garantire la sicurezza della propria porzione di territorio (con basi in loco ed azioni mirate ad eludere e disarmare ). Quali i rischi? Gli italiani in Libia attualmente sono benvisti ma la situazione potrebbe mutare, mandare l’esercito ci metterebbe dalla parte degli invasori, con i rischi a livello terroristico che andrebbero ad aumentare.
Oltre al recupero del ruolo economico, l’Italia potrebbe controllare coste e confini sahariani del paese e trovare con la Francia una soluzione al flusso migratorio nascente nell’Africa Occidentale. La missione costerebbe moltissimo in termini umani ed economici, non sarebbe insomma cosi semplice come quella effettuata in Albania negli anni ’90. Ci vorrebbe impegno costante della Marina, reparti speciali (si parla di una Tf50), elicotteri (e non solo) d’appoggio, fanteria sguinzagliata nel Sahara, territorio assai arduo. Una Libia a tre teste per meglio controllarla, oppure una Libia federale che esca dall’anarchia che oggi non fa bene a nessuno. I prossimi mesi saranno decisivi per il paese africano, ma non meno lo saranno per l’Italia.


Ogni tanto questo vecchio progetto riemerge, adesso ti spiegano che sarebbe "la soluzione". La soluzione invece è cacciare gli invasori, gli stessi colonizzatori di un tempo, che hanno distrutto la Libia nel 2011, l' occidente come sempre è il problema e NON la soluzione.

Libia. Possibile lo sviluppo di uno scenario a “tre teste”

di Marco Pugliese

Preso da: http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=67003


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