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lunedì 31 dicembre 2012

Dopo Gheddafi, l’Occidente lancia sguardi rapaci sulla ricompensa libica

Dopo Gheddafi, l’Occidente lancia sguardi rapaci sulla ricompensa libica

(30 Ottobre 2011)
Il popolo libico deve affrontare sfide importanti per lo sviluppo della democrazia in un paese che è ricco di petrolio, profondamente diviso e dipendente dalla NATO per la sua vittoria contro Gheddafi.
La morte del leader libico Muammar Gheddafi – anche se è troppo presto per sapere qualcosa di sicuro – dovrebbe significare la fine della fase attuale della guerra civile della Libia.
Anche se verranno poste le basi per la pace, la riconciliazione nazionale, la democrazia, la normalizzazione nella regione o altri obiettivi si presentano avvolti in un clima di incertezza.
E ugualmente, la natura delle relazioni della Libia post-Gheddafi con gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO rimane poco chiara.
Questa mattina, un commentatore libico su Al Jazeera, celebrando la morte di Gheddafi, ha descritto la rovina di Gheddafi come la “terza caduta” di dittatori nel corso della “primavera araba”.
Ma, mentre il rovesciamento del regime di Gheddafi, al potere da 42 anni, ha trovato le sue origini nelle stesse mobilitazioni non violente in Tunisia ed Egitto, che hanno ispirato quelle ancora in corso in Bahrein, Siria, Yemen e altrove, la traiettoria della Libia è stata profondamente diversa.
Tutto è iniziato allo stesso modo, con un appello di gente libica per protestare contro una dittatura responsabile di una terribile repressione, di massacro di prigionieri e di altro ancora.
Ma quando i contestatori libici hanno preso le armi, e soprattutto quando i loro leader hanno invitato la NATO e gli USA a diventare la “forza aerea del Consiglio nazionale di transizione”, i legami tra la ribellione della Libia e tutte le altre della “primavera araba” hanno cominciato a logorarsi.
Nella fase iniziale, la richiesta del Consiglio nazionale di transizione per una “no-fly zone” aveva ricevuto ben poco sostegno popolare. Molti consideravano questo con diffidenza, come se venisse pregiudicata l’indipendenza della rivoluzione libica.
Ma l’appoggio all’intervento NATO è andato via via crescendo con la narrazione di un “inevitabile” e “imminente” massacro a Bengasi, dove si andavano concentrando i ribelli armati.
Anche tra i ribelli, il consenso per l’intervento USA/ NATO non è mai stato unanime, forse a causa dell’incertezza circa le intenzioni di Gheddafi e, soprattutto, della sua effettiva capacità di contrapposizione nel conflitto.
Ora, può la nuova Libia post-Gheddafi rivendicare il posto d’onore nei processi rivoluzionari indipendenti, in gran parte non violenti, in corso negli altri paesi della primavera araba?
Un massacro era certamente possibile. Ma il popolo di Bengasi aveva già dimostrato la sua capacità di proteggere la città.
Quando il primo bombardiere della NATO pilotato da un Francese ha attaccato i quattro carroarmati dell’esercito regolare libico fuori Bengasi, questi carri sono stati presi di mira nel deserto, fuori della città, proprio perché erano già stati respinti dalla città dai combattenti anti-Gheddafi.
La capacità militare dei ribelli in quel momento era sconosciuta, ma la contraddizione evidente tra questa vittoria iniziale e l’affermazione che solo raid di bombardieri occidentali avrebbero potuto salvare il popolo di Bengasi poteva avere contribuito al disagio durato molto a lungo sul ruolo USA/NATO.
La domanda ora è, se e come la nuova Libia post-Gheddafi, dopo aver rovesciato il suo pluriennale leader essenzialmente mediante una guerra civile, in cui gli Stati Uniti e la NATO hanno sostenuto una loro parte, piuttosto che attraverso quei processi di cambiamento in gran parte non violenti in corso negli altri paesi della primavera araba, possa vantare un posto di primo piano all’interno di questo risveglio regionale.
La guerra per il controllo, non per il petrolio
Gli Stati Uniti non sono stati i primi istigatori dell’intervento della NATO.
Questo ruolo deve essere assegnato all’Europa, a partire dalla Francia, il cui presidente stava ancora in sofferenza per gli attacchi politici dovuti alla sua reazione tanto insignificante quanto tardiva nei confronti della rivolta tunisina. Le preoccupazioni di Sarkozy per la sua popolarità domestica facevano il paio nel Regno Unito con quelle del Partito conservatore al governo, che era smanioso di rivendicare una posizione in quella che prevedevano sarebbe stata la parte vincente nel conflitto libico.
Tutto questo creava lo scenario per posizioni europee di privilegio nel condizionare il nuovo governo post-Gheddafi e, naturalmente, nell’ottenere accesso privilegiato al petrolio della Libia.
Così, la Francia e la Gran Bretagna hanno assunto la guida del Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la stesura di una risoluzione iniziale che imponeva una “no-fly zone”, apparentemente per “proteggere i civili” in Libia.
L’esercito degli Stati Uniti non si dimostrava entusiasta della prospettiva. Ufficiali degli Stati Uniti di grado superiore, tra cui il Comandante di stato maggiore Michael Mullen, dimostravano come una “no-fly zone” di per sé non avrebbe funzionato – che sarebbe stato necessario dapprima bombardare la Libia, per mettere fuori uso le armi anti-aeree, e così proteggere i piloti occidentali. La Casa Bianca dimostrava scarso entusiasmo.
Poi, un gruppo di stanza al Dipartimento di Stato, guidato dalla segretaria di Stato Hillary Clinton, l’ambasciatrice alle Nazioni Unite Susan Rice, e la consigliera della Casa Bianca Samantha Power, funzionari che spesso avevano sollecitato azioni militari in risposta alle violazioni dei diritti umani, hanno avuto la meglio.
Così, invece di limitarsi a votare “no” sulla risoluzione che il Pentagono non avrebbe accettato l’incarico, gli Stati Uniti hanno assunto la bozza anglo-francese e l’hanno “migliorata”, raccomandando l’uso di “tutti i mezzi necessari” per proteggere i civili – un semaforo verde per l’uso di tutte le armi, contro qualsiasi bersaglio, per tutto il tempo che il Pentagono e la NATO decidevano di rimanere in Libia.
Questo ha segnato la fine della “primavera libica” e l’inizio di una crudele – e per i civili, mortale – guerra civile.
L’intervento USA / NATO in Libia non è stato una “guerra per il petrolio.”
L’accesso al petrolio non è stato il problema principale nemmeno negli anni ‘70 e ‘80, anni di opposizione degli Stati Uniti al ruolo della Libia, che sosteneva i movimenti di liberazione nazionale durante la Guerra Fredda, o perfino negli anni ’90, quando gli Stati Uniti avevano isolato la Libia per il suo coinvolgimento con il terrorismo. Il greggio più leggero e dolce della Libia è stato sempre ampiamente disponibile sul mercato petrolifero mondiale.
L’interesse strategico di prendersela con Gheddafi, dopo anni di buoni rapporti amichevoli, era soprattutto radicato nella paura della perdita di controllo.
Ma, dopo il 2001, quando l’amministrazione Bush era impaziente di radunare nuove reclute per la sua “guerra globale al terrorismo”, erano stati inviati emissari per accattivarsi il leader libico, che da tempo tanto aspramente era stato criticato.
Nel giro di un paio di anni, i rapporti con Gheddafi si erano scongelati. Gheddafi aveva accettato di smantellare il nascente programma nucleare della Libia, aveva offerto un indennizzo alle famiglie dell’attentato di Lockerbie, aveva instaurato normali relazioni diplomatiche con i suoi nemici di una volta e del futuro, negli Stati Uniti e in Europa.
Dal 2003, o giù di lì, le compagnie petrolifere europee e statunitensi erano in fila per firmare contratti.
Dal 2007 e oltre, foto di Gheddafi braccio-a-braccio con Sarkozy, Tony Blair, Silvio Berlusconi – ma anche con Bush e Obama e, quella famosa con Condoleezza Rice – sono state oggetto delle prime pagine dei giornali e dei siti web di tutto il mondo.
Nel 2011, l’interesse strategico degli Stati Uniti di rovesciare Gheddafi, dopo anni di così buoni rapporti intimi, era principalmente dettato dalla paura della perdita di controllo.
Gheddafi era dei nostri, adesso sì – ma Washington si chiedeva, cosa può succedere se…?
Cosa poteva succedere se il volubile leader libico, sotto la pressione di processi di democratizzazione anti-dittatura della porta accanto, invertiva la rotta e prestava la sua attenzione ai nemici di Washington, intrattenendo legami strategici?
La Cina continua la sua espansione di investimenti e di influenza in Africa: cosa può succedere se…?
Gli oppositori di Gheddafi comprendono islamisti di vario tipo, tra cui alcuni salafiti, seguaci del ramo di quel Islam estremista che fa capo all’Arabia saudita, che tanto favore riceve da militanti libici: cosa può succedere se…?
Il popolo della Libia potrebbe decidere che un’alleanza con l’Occidente non fa al meglio i suoi interessi: cosa può succedere se…?
Il “cosa può succedere se…?” all’improvviso si è trasformato in un deciso “sì, andiamo!” E così tutto ha avuto inizio.
Il nuovo Comando degli Stati Uniti per l’Africa (AFRICOM) ha avuto la sua prima occasione per mostrare la sua essenza, (anche se sembra che il comandante dell’AFRICOM sia stato sostituito dai comandanti della forza aerea degli Stati Uniti di stanza nelle basi NATO in Italia).
I leader dell’opposizione libica, che prima avevano dichiarato: “Noi, possiamo farcela da soli!”, cominciavano ad affermare: “solo una no-fly zone, ma nessun intervento straniero” – anche se generali superiori degli Stati Uniti aveva già sostenuto che non poteva esistere l’una senza l’altro .
E nel contesto della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevedeva con retorica espansiva l’uso di “ogni mezzo necessario” per quanto riguardava gli attacchi militari, le altre raccomandazioni della risoluzione in favore di negoziati, e soprattutto per un immediato cessate-il-fuoco, venivano ignorate dalle potenze occidentali.
Naturalmente, Gheddafi disdegnava del tutto un cessate-il-fuoco, ma la risoluzione delle Nazioni Unite avrebbe dovuto indirizzare ad una maggiore enfasi sui negoziati per porre fine alla violenza.
La questione di “se, quando, e in che misura” la nuova Libia potrà liberarsi della sua attuale dipendenza dagli eserciti occidentali e da altri sostenitori strategici rimane senza risposta.
Una società divisa
Come è avvenuto in Egitto e Tunisia, sembrava che la maggior parte dei Libici sostenesse le richieste di più democrazia, più diritti, addirittura la fine del regime. Ma non tutti. Un numero significativo di Libici chiaramente sosteneva il regime, una situazione più vicina alla crisi ancora in pieno sviluppo in Siria.
Sarebbe stato sorprendente se questo non fosse avvenuto. Nei suoi 42 anni di gestione del governo, Gheddafi aveva concentrato il potere nelle sue mani sì, ma aveva permesso libertà di parola, libertà di riunione e manifestazioni di opposizione politica.
Aveva usato i proventi del petrolio della Libia per armare e addestrare un gruppo di milizie geograficamente e politicamente separate, molte delle quali comandate dai suoi figli e da altri parenti, ma rispondenti solo a lui, mentre l’esercito nazionale ufficiale rimaneva relativamente debole.
Ma la ricchezza petrolifera della Libia è talmente enorme, e la sua popolazione abbastanza ridotta, che il “Libro Verde” di Gheddafi, espressione di un quasi-socialismo, idiosincratico com’era, ha potuto imporre sistemi statali pubblici di assistenza sanitaria, istruzione, previdenza e sicurezza sociale, tali comunque da conquistare i primi posti nelle classifiche delle Nazioni Unite degli indicatori di sviluppo umano.
E per quanto questa singolare concentrazione di potere risiedesse nelle mani di un’unica persona, Gheddafi riceveva credito dal popolo, non proprio con la repressione, ma soprattutto con posti di lavoro, fornendo accesso gratuito alle cure ospedaliere, borse di studio universitarie, e altri sussidi del genere.
Certamente questi diritti economici e sociali non erano equamente disponibili. La storia moderna della Libia come nazione unitaria ha dovuto tener conto di una spesso difficile unione delle parti occidentale e orientale, che avevano una lunga storia, sotto il dominio coloniale e prima, come province separate.
Gheddafi ha sempre ricevuto più forti consensi nella zona ovest della Libia, quella di Tripoli, che non nella metà orientale del paese, dove Bengasi è la più grande città. Sirte, la sua città natale, dove è stato ucciso giovedì, si trova sulla costa quasi esattamente a metà strada tra la parte orientale e occidentale.
Sirte, in particolare, e la metà occidentale della Libia, più in generale, avevano ricevuto un accesso relativamente privilegiato ai benefici ricavati dalla ricchezza petrolifera della Libia.
La sfida che deve affrontare la Libia post-Gheddafi è scoraggiante. L’assunzione di responsabilità, la gestione del potere e soprattutto la legittimità della struttura di un governo ad interim rimangono controverse.
La guerra civile ha creato nuove divisioni tra le parti della popolazione libica, e ne ha consolidato le antiche. Le spaccature tra oriente e occidente sono state amplificate, con il Consiglio nazionale di transizione insediatosi a Bengasi che non riscuote un’ampia fiducia in altre aree del paese. Il Consiglio ha già avuto difficoltà nel metter su bottega a Tripoli, dove resta la rabbia per la sproporzionata rappresentanza di Bengasi / Libia orientale.
Le milizie anti-Gheddafi rimangono ancora ampiamente indipendenti dal Consiglio nazionale di transizione, con i combattenti dalla città occidentale di Misurata e dei monti Nafusa che dichiarano pubblicamente di non dovere rendere conto di nulla al Consiglio nazionale di transizione.
Sono state esacerbate divisioni tra Arabi e Tuareg libici, nonché tra quei Libici con lingue, tribù o clan locali, o identità regionali diversi.
Il divario tra Libici arabi di pelle più chiara e Libici africani di pelle scura è stato ulteriormente aggravato da diffusi attacchi contro Libici di pelle scura, così come contro lavoratori dell’Africa sub-sahariana, mossi da combattenti anti-Gheddafi, che accusavano gli scuri di pelle di servire come mercenari al soldo di Gheddafi.
Sebbene mercenari africani facessero parte di alcune milizie pro-Gheddafi, la stragrande maggioranza degli Africani stanno in Libia come migranti economici, fornendo le loro prestazioni nei lavori meno pagati e più sgradevoli e pesanti, in tutto il paese. Il razzismo insito in questi attacchi ora è una ferita sanguinante nel corpo della società libica.
Il Consiglio nazionale di transizione – o qualsiasi altra struttura di governo a venire – come riuscirà ad includere i rappresentanti della Sirte, che molti , all’interno e nell’ambito del Consiglio nazionale di transizione, hanno condannato come tutti fedelissimi di Gheddafi?
Certamente la popolazione di Sirte ha compreso molti sostenitori del leader deposto e ora morto, ma molti avevano abbandonato la città prima dell’intensificazione degli scontri nelle ultime settimane. Ora, costoro stanno tornando, e trovano la loro città in rovina, con interi quartieri saccheggiati e distrutti.
Se le offerte di “aiuto” da parte di Americani ed Europei serviranno come copertura per …. mantenere una base di appoggio per gli Stati Uniti al centro della primavera araba, altrimenti indipendente, è una questione sospesa dietro alle celebrazioni odierne sulle strade della Libia.
Il Consiglio nazionale di transizione si è impegnato a tenere elezioni entro otto mesi dalla “liberazione finale” del Paese – che dovrebbe essere annunciata nei prossimi giorni.
Il primo ministro pro tempore messo in carica dagli Stati Uniti ha promesso di dimettersi subito dopo questo annuncio.
Se tale promessa verrà mantenuta, che qualcosa di anche lontanamente simile a una elezione libera ed onesta possa essere organizzato in otto mesi in un paese privo di un recente retaggio di partiti politici o di istituzioni della società civile, rimane una sfida enorme.
Nel pomeriggio di giovedì, un lapsus freudiano affascinante è sfuggito alla Segretaria di Stato Clinton, quando, riferendosi alla Libia ora inondata di armi, da parte degli Stati Uniti manifestava la “preoccupazione di come noi dobbiamo disarmare” il paese, subito dopo correggendosi e ritrattando la sua dichiarazione: “ovvero come i Libici dovranno disarmare tutti coloro che detengono armi.”
Se le offerte di “aiuto” da parte di Americani ed Europei serviranno come copertura per garantire l’elezione di un governo filo-statunitense, sottomettendo l’indipendenza libica all’Occidente, e mantenendo così una base di appoggio per gli Stati Uniti al centro della primavera arba, altrimenti indipendente, sono domande in bilico dietro alle celebrazioni di oggi sulle strade della Libia.
ottobre 2011
Phyllis Bennis è direttrice del Nuovo Progetto sull’Internazionalismo presso l’Istituto di Scienze politiche di Washington DC, e membro del The Transnational Institute (TNI), organizzazione che svolge una analisi critica di avanguardia sulle questioni globali, costruisce alleanze con i movimenti sociali di base, sviluppa proposte per un mondo più sostenibile e giusto.
La Bennis è specialista in questioni di politica estera degli Stati Uniti, in particolare in quelle che interessano il Medio Oriente e le Nazioni Unite. Ha lavorato come giornalista alle Nazioni Unite per dieci anni e attualmente è consulente speciale di diversi funzionari di alto livello presso le Nazioni Unite su questioni mediorientali e relative alla democratizzazione delle Nazioni Unite.
Frequente collaboratrice di media statunitensi e mondiali, Phyllis Bennis è anche autrice di numerosi articoli e libri, in particolare su Palestina, Iraq, Nazioni Unite, e sulla politica estera statunitense.
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

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