In ogni guerra, ancora prima della gente, occorre assassinare la verità. Guerra alla libia: 100000 morti, 240000 persone ancora cercate, 78000 dispersi. 10300 donne violentate, 350000 rifugiati.
De hoc satis
dicevano i latini nella loro lingua ellittica, insuperabile nella
sintesi. Letteralmente: “di questo abbastanza”. Che può essere tradotto
senza forzature in “di questo ne abbiamo pieni i coglioni”. Di quale hoc abbiamo
pieni i coglioni? In prima battuta dei nostri quotidiani (dei
settimanali cosiddetti politici non vale nemmeno la pena parlare, solo l’Espresso,
nella sua spocchia radical chic, crede ancora di esistere) che ogni
giorno ci ammanniscono dalle sei alle otto pagine sui fatti interni dei
partiti, queste associazioni private, queste bocciofile, i cui
ruminamenti non dovrebbero avere alcun interesse né rilevanza pubblica
(a meno che, naturalmente, non riguardino fatti penali). Prendiamo per
esempio, a caso, qualche titolo del Corriere di un giorno
qualsiasi, o di più giorni, e come partito, in particolare, il Pd. Ma il
discorso vale per qualsiasi giornale e, a seconda delle evenienze, per
qualsiasi partito. “Congresso Pd, rischio scissione”; “Un partito che si
aggroviglia”; “Sfida a D’Alema (senza dirlo); “Pd, sì al congresso tra
le tensioni”; “Il leader: li seppelliremo con le loro regole. In bilico
le urne a giugno”; “Il ‘nemico numero uno’ seduto muto in platea. E
Matteo lo provoca (senza mai nominarlo)”; “Il rebus urne. I tre partiti
dem”; “Una velocità che strappa l’unità del Nazareno”. Questo il Corriere
del 14 febbraio. Dopo è stato un crescendo fino all’apogeo di questi
giorni in cui pare (nel momento in cui scrivo nulla è ancora certo) si
scinda.
Io credo che se la democrazia è morta non
è per colpa dei partiti, dei cittadini indifferenti, delle costituzioni
imperfette, dei corrotti o delle lobbies. Io credo che la democrazia è
morta perché non poteva essere altrimenti, perché contiene in sé stessa
il germe dell’autodistruzione. C’è una ragione molto profonda che è alla radice del fallimento inesorabile del sistema chiamato democrazia.
Non ci credete, eppure ritengo che sia proprio così. Non sono le
ragioni esterne alla democrazia a tradirla ma al contrario è la
democrazia – per definizione – a non poter soddisfare i bisogni delle
persone.
Giuseppe De Renzi
QUANTO CONTA IL POPOLO NELLA NOSTRA DEMOCRAZIA? MOLTO SUL
PIANO TEORICO (“LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO”, NON SI POTEVA DIR
MEGLIO); SUL PIANO PRATICO, INVECE, NELLA POLITICA E NEI GIOCHI DI
PALAZZO, NULLA, IL POPOLO NON CONTA NULLA. Questa orribile
dicotomia mostra – più di ogni cosa – la crisi in cui viviamo. Il popolo
non conta nulla 1. Perché diritti, bisogni, proteste – e i movimenti
che li rappresentano – sono tacciati di populismo e ghettizzati
nell’irrilevanza: nell’universo politico delle oligarchie che affossano
il paese non c’è posto per il demos. 2. Perché dopo la vittoria del 4
dicembre – per dirla in breve – resta al governo chi ha perso e ha
provato (maldestramente) a riformare la Costituzione. 3. Perché,
nonostante milioni di cittadini vogliano pronunciarsi sul Jobs Act, otto
membri politicizzati della Consulta glielo impediscono: qualcuno può
giurare, per dire, che Amato – l’amico di Craxi – non abbia espresso un
voto politico dietro lo schermo (ipocrita) del neutralismo giuridico?
Accorato appello di Armando Manocchia ai Cittadini dotati di buon
senso, di fede e Ragione. Ai Cittadini per la trasparenza, per la
Democrazia, per la Sovranità!
Uniamoci contro l’€urosistema, contro i poteri
sovranazionali e contro il nuovo ordine mondiale. Ma uniamoci anche
contro quei Partiti o Movimenti italiani che con un piede stanno con la
finanza mondialista, con l’altro con i Cittadini e col culo non si
schiodano dalla poltrona.
Nel 1947 a Montecitorio si discuteva
l’articolo 69 della Costituzione, quello relativo allo stipendio dei
parlamentari. Allora i rappresentanti del popolo italiano guadagnavano
il corrispettivo di un precario odierno: “25 mila lire al mese, circa
800 euro – racconta un articolo pubblicato sul sito dell’Espresso
Nel 1947 a Montecitorio si discuteva l’articolo 69 della Costituzione, quello relativo allo stipendio dei parlamentari. Allora
i rappresentanti del popolo italiano guadagnavano il corrispettivo di
un precario odierno: “25 mila lire al mese, circa 800 euro –
racconta un articolo pubblicato sul sito dell’Espresso LINK. Più un
gettone di presenza da 1.000 lire al giorno (30 euro), ma solo quando le
commissioni si riunivano in giorni differenti rispetto all’Aula”. Il
totale è presto fatto: i costituenti non riuscivano a portare a casa più
di 1.300 euro al mese.
In questo mese di giugno, Mu’Ammar Gheddafi avrebbe
compiuto 74 anni; precisamente il 7 giugno, se gli
anglo-franco-statunitensi non avessero pianificato il suo massacro
nell’ottobre del 2011. Dopo la sua morte, la Libia si è trasformata in
un Paese atomizzato in brigate armate che si contendono il potere
attraverso tre sistemi di governo, di cui uno solo riconosciuto dalla
comunità internazionale, ovvero il governo di Tobruk, di tipo
nazionalista nasseriano. Gli altri due sono il governo di Tripoli,
diretto dai partiti islamici moderati, e lo Stato Islamico dell’ISIS a
Sirte. Lo scenario che viene presentato in Libia è quello di una
balcanizzazione del Paese dove ormai nel cielo non splende più il verde
di una volta.
di Lorenzo Centini
Muammar Gheddafi (7 Giugno 1942 - 20 Ottobre 2011) è stato di sicuro una
delle figure del mondo arabo più peculiari e più fondanti nella
costruzione di una etica e pratica politica araba. Sia che lo si voglia
inserire nelle categorie "personalistiche" del Nasserismo, sia che si
voglia leggere la Jhamayryya come esperimento ideologico e politico a se
stante, è indubbio che il regime di Gheddafi, al netto di contrapposte
simpatie, sia diventato, e sia tutt'ora un punto di riferimento per
molti antimperialisti nel mondo.
Salito al potere nel 1969 e rovesciato a seguito dei primi atti della
Guerra Civile Libica iniziata nel 2011, Gheddafi ha pertanto vissuto gli
ultimi 15 anni di contrapposizioni bipolare, disarmato tuttavia di una
arma ideologica adoperata spesso da altri ideologi arabi, il
panarabismo. Gheddafi sale al potere solo un anno prima della morte di
Nasser (1970) e non fa in tempo a caldeggiare la solidarietà araba che
prima il Settembre Nero (1970 - 1971) e dopo gli accordi di Camp David
(17 Settembre 1978) rompono per sempre l'idillio di una unità araba
effettivamente percorribile.
Di qui la "confusione" ideologica gheddafiana, diretta figlia della
mancanza di punti di riferimento internazionali di Tripoli. Dopo aver
vanamente sostituito il panarabismo col panafricanismo («Sono Asia, è
un’altra cosa» disse negli anni '90, riferendosi ai paesi Mediorientali
con cui pure aveva imbastito la RAU, Repubblica Araba Unita) e a questo
venature di panislamismo, Gheddafi dai primi duemila virò verso un
gorbaciovismo che lo riabilitasse agli occhi dell'Occidente.
Muammar Gheddafi con Wojciech Jaruzelski (1923 - 2014)
L'ideologia di fondo che mosse Gheddafi e il suo regime, sviluppata sia
negli anni della permanenza nell'esercito sia successivamente al 1969,
e' espressa soprattutto nel "Libro Verde", edito in 3 parti nel 1975. In
questo libro il Colonnello delinea quella che lui stesso definisce
"Terza Teoria Universale", e che nella volontà di Gheddafi doveva
costituirsi come il terzo incomodo tra Comunismo Sovietico e Capitalismo
Americano.
La Libia è nel caos. Continui scontri vengono combattuti quotidianamente tra le varie milizie presenti nella regione, il tutto in un contesto caratterizzato da un'estrema instabilità politica e da blandi interventi da parte delle Nazioni Unite.
Il 22 luglio l'Alta commissione elettorale della Libia ha annunciato i nomi dei candidati usciti vincitori alle elezioni parlamentari dello scorso 25 giugno. Molti dei partiti che avevano governato il paese nella fase di transizione sono stati messi al bando. Il 24 aprile il Consiglio nazionale di transizione ha infatti adottato due leggi con le quali ha impedito la candidatura a quei partiti che basano i loro programmi su piattaforme religiose, tribali o regionali.
Hanno vinto i candidati più moderati. Probabilmente. Perché nella tormentata Libia, lacerata dagli scontri fra milizie rivali e da un clima di ingovernabilità, anche il più semplice risultato elettorale si presta a diverse interpretazioni.
Dopo un mese dal voto, l'Alta commissione elettorale libica ha annunciato ieri i risultati definitivi delle elezioni parlamentari tenutesi lo scorso 25 giugno. Dire quale corrente abbia vinto con precisione è difficile. Anche perché i partiti politici, che nell'ultimo anno hanno dato pessima prova di loro, sono stati messi al bando. Sui 200 seggi del Parlamento, 168 seggi andranno a candidati indipendenti, o meglio individuali (che potrebbero essere indirettamente legati ai partiti) , mentre i restanti 32 seggi saranno comunque assegnati alle donne come quota rosa.
13 marzo 2014
In Libia regna il caos e il paese sta esplodendo.
Ho spiegato, nel mio editoriale del 12 marzo, come un nuovo colpo di Stato strisciante attivato dal Parlamento libico abbia liquidato Zeidan (*), uno degli uomini chiave incaricato dagli Stati Uniti di governare la “nuova Libia” made in NATO, brutalmente scacciato dal potere e fuggito…
Dopo la distruzione della prospera Jamahiriya di Gheddafi, Washington ha tentato di applicare il ‘Piano A’ della cosiddetta “primavera araba”: l’associazione degli islamisti e dei Fratelli Musulmani in un potere militarizzato, quello del trio libico della CIA, Megaryef – Zeidan – Hifter.
La potenza di molte truppe islamiste e delle città-milizie, tutte derivanti dalle katiba del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) organizzate dalla NATO – ha reso questo scenario impossibile.
Rimane il ‘Piano B’, la somalizzazone della Libia, la teoria geostrategica del Caos messa in applicazione.
Il partito è la dittatura contemporanea. E’ lo strumento di governo delle
moderne dittature poiché rappresenta il potere di una parte sul tutto. E’ il più
recente sistema dittatoriale. Poiché il partito non è un individuo, esso da
luogo a un’apparente democrazia, formando assemblee e comitati senza
contare la propaganda svolta dai suoi membri. Il partito non è affatto un
organo democratico poiché è composto da individui che hanno o gli stessi
interessi o le stesse opinioni o la stessa cultura o che appartengono alla stessa
regione o che hanno la stessa ideologia. Essi formano un partito per realizzare
i loro interessi o per imporre le loro opinioni o per estendere il potere della
loro dottrina a tutte le società. Il loro obbiettivo è giungere al potere con il
pretesto di attuare i loro programmi. Non è democraticamente ammissibile
che uno qualsiasi di questi gruppi governi l’intero popolo, che è formato da
numerosi interessi, idee, temperamenti, luoghi di provenienza e credi.