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mercoledì 4 luglio 2018

«La Libia oggi è uno Stato orfano Se sprofonda pagheremo anche noi»

Franco Venturini, editorialista del Corriere della Sera e grande esperto di Africa, il 21 giugno sulle Terrazze del Corriere parla dell’Italia in rapporto alla crisi libica
Franco Venturini, editorialista del Corriere della Sera, è un grande esperto di politica internazionale e gran conoscitore degli avvenimenti in Nord Africa, soprattutto quelli avvenuti in Libia. Giovedì 21 giugno sarà sulle Terrazze del Corriere, in piazza Massari, a parlarne con gli ospiti che da sei settimane stanno seguendo il programma di approfondimento sull’Africa organizzato dal nostro giornale e dalla Fondazione Corriere della Sera in collaborazione con la rivista Africa. Gli abbiamo chiesto di anticiparci alcuni temi della sua lezione incentrata appunto sullo stato dei fatti in quella martoriata regione africana. Insieme con lui Daniele Bellocchio, giornalista free-lance nel continente, che affronterà invece le crisi dimenticate, dal Sudan alla Somalia.
La Libia è ancora uno Stato o ha smesso di esserlo dopo la caduta di Gheddafi?«E’ uno Stato orfano. Muammar Gheddafi non era certamente uno stinco di santo, ma era bravissimo nel tenere insieme un Paese che la colonizzazione italiana aveva unificato e che tuttavia rimaneva diviso in territori, tribù, tendenze politiche e religiose. Oggi, eliminato Gheddafi nella guerra del 2011, la Libia è tornata a spezzettarsi anche al di là delle due principali entità, la Tripolitania guidata formalmente da Serraj e la Cirenaica da Haftar. Il primo è riconosciuto dalla comunità internazionale e dall’Onu, dunque bisognerebbe ritenere che lo Stato sia lì, a Tripoli, e che lui ne sia il capo. Apparenze formali, che non corrispondono alla realtà».

Può spiegarci la differenza fra le fazioni in campo?«Sono troppe sia le fazioni che le differenze. Esistono le due entità che ho detto, ma già al loro interno le fazioni cominciano a moltiplicarsi. E poi ci sono in Libia almeno cinquecento milizie armate con base tribale e geografica, e ognuna fa il “suo” gioco. Le uniche due istituzioni che possono essere definite libiche sono la banca centrale che distribuisce gli stipendi pubblici e l’ente che dovrebbe controllare la produzione e l’esportazione di petrolio. In questi due casi sono evidenti gli interessi di tutti, per questo hanno potuto sopravvivere».
Qual è stato il ruolo dell’Italia finora? E quale può essere nel prossimo futuro?«In un primo tempo, diciamo fino a due o tre anni fa, l’Italia si è schierata - a mio avviso anche troppo - con l’inviato dell’Onu e si è trovata ad appoggiare Serraj, più che mai dopo che costui si è trasferito a Tripoli. In questo modo gli interessi italiani si sono concentrati in Tripolitania, visto che è lì che l’Eni svolge la sua attività principale ed è da lì che giungono in Italia gli approvvigionamenti di gas. Nei tempi più recenti, mantenendo l’appoggio a Serraj, l’Italia si è però aperta a una diplomazia che include anche Haftar e la Cirenaica assieme ad altri Paesi. In particolare la Francia, amica e rivale».
E’ vero quindi che la Francia cerca di soppiantarci in quella area? E perché?«Appunto. Il fatto è che noi abbiamo l’Eni in Tripolitania e la Francia ha Total in Cirenaica. Non solo. Macron vuole tenere un alto profilo internazionale e si propone come mediatore, mentre l’Italia, paralizzata dai suoi guai interni, partecipa senza sapere cosa dire. Direi che non si tratta di strapparci la Libia, ma se tutto andrà male potrebbe trattarsi di arrivare alla divisione della Libia, o a una struttura confederata che non pochi cominciano a prendere in considerazione».
E’ vero che dopo gli accordi con l’Italia, la Libia è diventata un gigantesco carcere in cui si tengono soprattutto i migranti che vogliono imbarcarsi?«Purtroppo è vero. I candidati alla migrazione vengono raccolti in campi gestiti dalle milizie che “curano” poi l’imbarco. Ma soltanto dopo aver estorto altri soldi alle famiglie di quei disgraziati, tenuti in condizioni inumane, dopo torture e violenze alle donne e ai bambini di cui si hanno ormai infinite testimonianze. Ciò avviene soprattutto in Tripolitania, purtroppo, e gli appelli internazionali sono serviti a poco. Soltanto un intervento armato di caschi blu dell’Onu potrebbe, forse, sorvegliare che tutto ciò non avvenga, Serraj è troppo debole per farlo. Ma così si rischierebbe una guerra, le milizie non si lascerebbero strappare la loro fonte di ricchezza senza sparare. E chi è disposto a questo tra gli occidentali, compresi noi, chi fornirebbe le truppe all’Onu? L’ex ministro Minniti era riuscito a ridurre i flussi del 70 per cento usando il denaro e gli accordi invece delle armi, ma alle elezioni non è stato premiato… Ora si ricomincia, con molte incognite. Si tende spesso a guardare all’Europa, ma il problema è in Africa, e soprattutto in Libia».

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