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venerdì 26 agosto 2016

E Obama bombarda Sirte per evitare una Libia filorussa



Ad inizio agosto il presidente Barack Obama ha lanciato una nuova campagna di bombardamenti aerei sulla Libia: 30 giorni di durata e le roccaforti dell’ISIS a Sirte come obbiettivo. Colpire il Califfato, quando l’amministrazione statunitense ne ha coperto per mesi il radicamento nell’ex-colonia italiana, è sintomo che qualche novità è sopravvenuta: si tratta della prima visita a Mosca del generale Khalifa Haftar, capo delle forze armate del governo di Tobruk. Con il sostegno russo, egiziano e delle tribù fedeli al defunto Colonnello Gheddafi, sono alte le probabilità che Haftar riesca a riconquistare l’intero Paese, deponendo l’esecutivo americano-islamista di Faiez Al-Serraj: Sirte è un nodo strategico per bloccarne l’avanzata. Concedendo le basi siciliane agli USA, il governo Renzi si incammina a cuor leggere verso l’ennesimo disastro mediterraneo.

Bombarda ché arrivano i russi!
Mancano solo pochi mesi all’addio di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca, pochi mesi prima che il presidente che ha gettato nel caos il Medio Oriente e l’Europa (coadiuvato dal suo Segretario di Stato, Hillary Clinton) termini il mandato, prima di essere velocemente risucchiato dal cesso della storia. Ci deve essere qualche impellente motivo perché Obama, quasi dimissionario, torni a distanza di quasi cinque anni sul luogo del suo primo delitto, la Libia.
Correva, infatti, l’anno 2011 quando Washington diede il suo decisivo sostegno all’asse franco-inglese (talmente temibile, da esaurire in poche settimane l’intero arsenale di bombe aeree e missili a disposizione) per rovesciare il Colonnello Gheddafi. Ne seguì la brutale uccisione del rais e la rapida, inesorabile, caduta nel caos di quello che un tempo era stato il più ricco Paese africano. Si dice che mancò l’interesse ad assistere i libici nel post-Gheddafi; si dice che alcuni alleati della coalizione se ne lavarono le mani (vedi la recente accusa di Obama a Cameron e Sarkozy di aver trascurato il post-conflitto), favorendo così l’esplosione dell’anarchia: menzogne.
Il caos in Libia è stato scientemente coltivato dagli angloamericani sin dal 2011, così da provocare la frattura del Paese in tre regioni sfruttabili secondo criteri coloniali (Cirenaica, Tripolitania e Fezzani) ed impiegarlo come trampolino di lancio per esportare il terrorismo in tutta la regione (Egitto, Tunisia ed Algeria).
Almeno due sono le tappe salienti del processo di destabilizzazione della Libia post-2011:
In entrambi i casi è facilmente individuabile la responsabilità atlantica: l’accozzaglia di sigle che occupa Tripoli nel 2014 (Fratellanza Mussulmana, Libyan Islamic Fighting Group, etc.), presentandosi come “Alba della Libia”, è il solito islam politico sponsorizzato da Washington e Londra, usando la Turchia ed il Qatar come intermediari. Nessuna azione è intrapresa, infatti, per reinsediare il governo laico regolarmente eletto che fugge nell’est del Paese e, al contrario, si assisterà ad un subdolo processo di legittimazione del governo islamista di Tripoli, culminato con il vertice marocchino del 17 dicembre 2015 a Skhirat, dove i rappresentanti dell’esecutivo di Tobruk siedono allo stesso tavolo dei golpisti di Alba della Libia.
Anche nel caso della comparsa dell’ISIS è palese la supervisione angloamericana: i ripetuti attacchi dell’aviazione di Tobruk contro le navi turche che sbarcano i miliziani del Califfato nelle città costiere di Sirte e Derna e la crescente tensione tra il governo di Tobruk ed Ankara (che culminerà nel febbraio del 2015 con il divieto alle imprese turche di operare in Cirenaica1), dimostra che, come nel caso della Siria, Washington e Londra si servono della Turchia per esportare l’ISIS. Lo sbarco “ufficiale” dell’ISIS in Libia è poi curato dal solito SITE Intelligent Group, attraverso una campagna mediatica talmente martellante da far sembrare quasi imminente un intervento militare italiano nei primi mesi del 2015.
C’è quindi da sorridere quando Barack Obama afferma oggi che la campagna di bombardamenti a Sirte, avviata il primo d’agosto e destinata a proseguire per tutto il mese, sia mirata a debellare l’ISIS . Ma come, Washington vuole distruggere il Califfato che ha sinora coltivato, equipaggiato e protetto?
Ci deve essere un altro motivo se Barack Obama torna a dispiegare droni e caccia sopra la Libia, per di più in piena campagna elettorale, fornendo così un facile assist a Donald Trump che non perde occasione per rinfacciare ad Hillary Clinton la propagaizone del terrorismo islamico durante il suo incarico alla Segreteria di Stato (“In 2009, pre-Hillary, ISIS was not even on the map. Libya was stable. Egypt was peaceful. Iraq was seeing, really a big big reduction in violence. (…). After four years of Hillary Clinton, what do we have? ISIS has spread across the region, and the entire world.” ha affermato il 21 luglio alla convention dei repubblicani).
Quale può essere questo motivo?
Facciamo un passo indietro. Progressivamente si afferma come “uomo forte” del governo nazionalista-laico di Tobruk il generale Khalifa Haftar, sponsorizzato dall’Egitto, dalla Francia e, per un lungo periodo, dall’Italia. Alcuni analisti e commentatori, non si sa se per superficialità o per malizia, definiscono Haftar come “uomo della CIA”, dato il suo ventennale esilio negli Stati Uniti durato sino alla caduta di Gheddafi: in realtà, come già evidenziammo in un’analisi dell’autunno 2014, le dinamiche in atto lavoravano incessantemente per allontanare l’ex-generale di Gheddafi dagli angloamericani. Era scontato che il governo laico-nazionalista di Tobruk andasse presto in rotta con chi sosteneva la Fratellanza Mussulmana e le formazioni islamiste di Tripoli, avvicinandosi, al contrario, alle potenze schierate contro la deriva islamista-terroristica della regione, ossia la Russia.
Le prime manifestazioni anti-americane si tengono a Tobruk già nel febbraio del 2015; nel successivo aprile il premier di Tobruk, Abdullah al Thani, vola a Mosca in cerca di quelle armi necessarie per sconfiggere l’ISIS (il Regno Unito, che sostiene gli islamisti della Tripolitania ed in particolare le milizie di Misurata, è, secondo Al Thani, il più fermo oppositore alla revoca dell’embargo sulle armi in vigore dal 2011); a dicembre, mentre gli USA stanno imbastendo la sceneggiata del “governo d’unità nazionale” coll’unico obiettivo di sancire la definitiva secessione di Tripoli, Al Thani lancia un appello affinché la Russia intervenga militarmente contro l’ISIS.
I rapporti tra Tobruk e Mosca, insomma, si infittiscono, sebbene non si abbia ancora un incontro che formalizzi l’intesa tra il Cremlino ed il generale Haftar, nominato nel frattempo capo delle Forze armate libiche: è chiara, in questa fase, la diffidenza russa verso un ufficiale che, sebbene sia stato formato nelle accademie sovietiche, ha trascorso vent’anni negli USA e le cui possibilità di emergere come “salvatore della patria” sono tutto fuorché scontate.
La svolta, e ci avviciniamo alla decisione di Barack Obama di avviare una campagna aerea di 30 giorni contro l’ISIS, cade a fine giugno: il generale Haftar, dopo una tappa di un giorno al Cairo, vola a Mosca, per un colloquio col segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev, e il ministro della Difesa, Sergei Shoigu: un incontro ai massimi vertici, incentrato sulla fornitura di quell’equipaggiamento indispensabile a garantire la superiorità dell’esercito nazionale libico.
La visita di Haftar, nell’attuale contesto da nuova Guerra Fredda, fa di lui ufficialmente “l’uomo di Mosca” in Libia, da ostacolare a qualsiasi costo. Anche perché il generale, consapevole della natura tribale del Paese, ha attuato un intelligente politica inclusiva: aprendo le sua fila agli ufficiali dell’ex-regime e riabilitando Saif Gheddafi
il figlio del defunto Colonnello a lungo detenuto in carcere, Haftar ha esteso le sue alleanze ben oltre la Cirenaica.
Si ricordi che Muammur Gheddafi era proprio nativo di Sirte, la città attualmente in mano all’ISIS e bombardata dagli americani: il suo peso è modesto in termini economici, non essendo il terminale di nessun oleodotto, ma alto in termini strategici perché, come durante la Seconda Guerra Mondiale, consente di lanciare/fermare le offensive da/verso la Cirenaica. Situata a metà strada tra la Cirenaica e la Tripolitania, il controllo di Sirte è il trampolino di lancio per la conquista di una o dell’altra regione: i bombardamenti americani di questi giorni servono proprio a consentirne la conquista da parte degli islamisti di Tripoli e Misurata, impedendo che l’esercito nazionale libico marci verso l’ovest del Paese e la capitale.
È infatti l’evanescente premier del governo d’unità nazionale, Faiez Al-Serraj, che non dispone di nessuna forza se non di quelle fornitegli dalle milizie islamiste, a “domandare” l’intervento americano, scatenando la reazione sia del governo di Tobruk che di Mosca. “Raid Usa in Libia, per Russia e Tobruk sono illegali. L’ Italia valuta l’uso di Sigonella” titola la Stampa il 2 agosto.
Già, l’Italia: sempre più “un’espressione geografica” coma ai tempi di Metternich.
Roma è stata a lungo sostenitrice del generale Haftar, conscia di aver solo da perdere dal consolidamento delle formazioni islamiste sponsorizzate da Londra e Washington. Il caso Regeni, che ha portato quasi alla rottura i rapporti italo-egiziani, è stata la prima mossa con cui gli angloamericani hanno minato la collaborazione tra l’Italia ed il generale Haftar, alleato di ferro del presidente egiziano Abd Al-Sisi. Le pressioni esercitate dall’amministrazione Obama hanno poi indotto il duo Renzi-Gentiloni ad abbandonare Haftar (proprio quando si stava rafforzando) per abbracciare il “governo d’unità nazionale” di Faiez Al-Serraj, un semplice maquillage della giunta islamista che controlla Tripoli.
Mettere a disposizione le basi siciliane per i raid statunitensi, significherebbe alienarsi del tutto il governo di Tobruk e legarsi mani e piedi al sempre più incerto governo americano-islamista di Al-Serraj: la probabilità, in un futuro non troppo remoto, di essere espulsi economicamente e politicamente dalla Libia, a beneficio di Russia, Francia ed Egitto, crescerebbero così vertiginosamente.
Si tratta, però, di politica estera e pretendere che un governicchio che si dibatte tra un’acutissima crisi bancaria, alti rischi di un’ennesima recessione ed un costante calo di popolarità, se ne preoccupi, è forse troppo. Così, concedendo a cuor leggero le basi per i bombardamenti americani, l’Italia si incammina a cuor leggero verso l’ennesimo disastro geopolitico nel Mediterraneo.
Il governo Renzi rivive, giorno dopo giorno, l’ultima fase dell’esecutivo Berlusconi, estate 2011.
1http://www.repubblica.it/esteri/2015/02/23/news/libia_turchia_esclusione_contratti-107996829/
2http://nena-news.it/libia-saif-gheddafi-sotto-lala-di-haftar/


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