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giovedì 31 dicembre 2015

DOPO PARIGI …..CONTINUIAMO A FARCI DEL MALE

di Gianandrea Gaiani
8 dicembre 2015, 
av8 Nonostante il clamore suscitato dalla strage di Parigi, dai killer giunti in Europa coi barconi accolti come “rifugiati” e dal dibattito su come rispondere alla sfida del terrorismo islamico sul fronte della sicurezza interna come su quello bellico, italiani ed europei continuano ad arricchire criminali e terroristi islamici che gestiscono i traffici di esseri umani.

mercoledì 30 dicembre 2015

Cosa facevano le forze speciali dei marines in Libia?

26 dicembre 2015

Un commando di forze speciali americane è giunto in Libia lunedì  scorso ma è stato subito “invitato” a lasciare il Paese a causa di un equivoco tra aviazione ed esercito libici (quelli legati al governo di Tobruk). Interpellate dalla Nbc, fonti della Difesa statunitense hanno confermato la presenza del commando in Libia dopo che l’aeronautica libica aveva pubblicato sulla propria pagina Facebook le fotografie dei militari americani, a quante pare membri del MARSOC  (Marine Special Operations Command) provenienti dalle basi di Sigonella (Sicilia) o Moròn (Spagna).
I militari americani sono atterrati nella base di al-Wattiya, a Sud-Ovest di Tripoli, una delle più grandi della Libia e oggi quartier generale  delle forze di Tobruk presenti in Tripolitania impegnate nelle operazioni contro le milizie islamiste del governo di Tripoli.

martedì 29 dicembre 2015

Terrorismo, ricercatrice libica fermata a Palermo, faceva propaganda per la jihad

24/12/2015
La polizia, su ordine della Procura, ha fermato a Palermo una cittadina libica di 45 anni, ricercatrice universitaria nell'Ateneo siciliano, per istigazione a commettere reati di terrorismo. Era in contatto con diversi foreign fighters e faceva propaganda per Al Qaeda sul web. Khadgia Shabbi vive a Palermo da tre anni. E' ricercatrice in Economia e riceve un assegno di duemila euro al mese dall'ambasciata libica.
I pm le contestano l'istigazione a delinquere in materia di terrorismo aggravata dalla transnazionalità. La polizia l'ha monitorata per mesi, dopo alcune segnalazioni, accertando i suoi contatti con due foreign fighters, uno in Belgio, l'altro in Inghilterra. La donna avrebbe anche cercato di pianificare l'arrivo in Italia di un suo cugino, poi morto in Libia in uno scontro a fuoco e avrebbe mandato diverse somme di denaro in Turchia. La ricercatrice sarebbe imparentata con esponenti di una organizzazione terroristica coinvolta nell'attentato all'ambasciata americana in Libia nel 2012 e avrebbe fatto propaganda sui social ad Al Qaeda. Gli inquirenti hanno trovato molto materiale investigativo interessante.

lunedì 28 dicembre 2015

Stati Uniti e Europa preparano nuovi colpi contro la Libia


Stati Uniti e Europa preparano nuovi colpi contro la Libia
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domenica 27 dicembre 2015

Libia, Europa studia piano militare

Pubblicato il da Andrea Turco

Lo aveva anticipato Il Foglio, ora lo conferma anche Bloomberg. L’Europa sta lavorando ad un piano per risolvere il puzzle libico. A studiarlo sono quattro paesi: Italia, Regno Unito, Francia e Germania. “La forza internazionale – spiegano due fonti anonime italiane a Bloomberg – si concentrerebbe soprattutto sul sostegno logistico e addestramento delle forze armate e di sicurezza libiche e includerebbe anche un contingente dei carabinieri e forze speciali”. Niente missioni di peace enforcing dunque.
libia

sabato 26 dicembre 2015

Libia: nuovo governo travolto dalle polemiche tra Isis e corsa al petrolio

di Teresa Potenza
  Libia: nuovo governo travolto dalle polemiche tra Isis e corsa al petrolio
(Il Ghirlandaio) Roma, 21 dic. - L'accordo che tutti si aspettavano dalla Libia – ma in molti mettevano ormai in dubbio – è stato firmato: i due parlamenti rivali hanno firmato, la settimana scorsa a Skhirat (Marocco), un patto che prevede la formazione di un governo di unità nazionale. Accordo che l'Onu ha definito come il “primo passo” verso la fine del conflitto nel Paese, a dispetto delle opposizione sempre presenti all'interno delle due parti principali.

venerdì 25 dicembre 2015

Nove risposte sull’accordo in Libia

19 dicembre 2015
Aiuterà a combattere l'ISIS? Fermerà il flusso dei migranti verso l'Italia? Ci sarà un intervento militare internazionale? Una guida per capire una delle crisi più gravi del 2015
Accordo in Libia







Giovedì  17 dicembre i due parlamenti che si dividono il controllo della Libia hanno firmato un accordo per formare un governo di unità nazionale mediato dall’ONU, con l’appoggio dell’Italia e di altri 16 paesi. L’accordo è stato accolto con ottimismo dai leader politici che l’hanno promosso, ma secondo molti esperti, come Mattia Toaldo, ricercatore dell’ECFR e uno dei principali esperti di Libia, rischia di essere difficile da implementare. Abbiamo messo insieme nove domande – e nove risposte – per capire qualcosa di più dell’accordo e delle sue possibilità di successo. 1. Com’era la Libia prima dell’accordo?
Dalla primavera del 2014, la Libia è divisa tra due governi rivali che competono per la supremazia nel paese. L’assenza di un forte potere centrale ha permesso a molte milizie e gruppi terroristici di conquistare e amministrare diversi territori in autonomia rispetto ai due governi. Uno dei gruppi che più si è imposto è lo Stato Islamico (o ISIS), che nella città di Sirte ha la sua base più forte fuori da Siria e Iraq. Il caos in Libia ha anche direttamente influenzato il numero di migranti che dalle coste libiche arrivano in Italia e ha danneggiato la produzione libica di petrolio e gas naturale, di cui l’Italia è uno dei principali importatori. La vicinanza tra l’Italia e la Libia e i molti interessi italiani hanno fatto sì che il governo di Matteo Renzi fosse uno dei più forti sostenitori dell’accordo di giovedì.
2. Cosa prevede l’accordo?
La formazione di un “consiglio presidenziale” formato da nove persone, ognuna esponente delle molte fazioni che si dividono il potere. Il “consiglio presidenziale” svolgerà collettivamente le funzioni di capo di governo e dovrà, a sua volta ed entro i prossimi 40 giorni, nominare i singoli ministri.
3. Chi ha firmato l’accordo?
Qui cominciano i problemi. Alla cerimonia della firma erano presenti circa 200 tra deputati dei due parlamenti, sindaci e leader tribali. Erano assenti i presidenti dei due parlamenti, che si sono entrambi dichiarati contrari all’accordo e i capi di molte milizie. In sostanza l’accordo è stato firmato soltanto da alcuni dei leader politici che detengono effettivamente il potere in Libia.
4. Il “consiglio presidenziale” riuscirà ad insediarsi a Tripoli?
Il “consiglio presidenziale” dovrà cominciare le difficili trattative per nominare i singoli ministri. Il passo successivo sarà cercare un modo per insediarsi a Tripoli, la capitale del paese. Non è affatto semplice, perché la città è nelle mani di molte milizie armate, alcune delle quali sono esplicitamente contrarie all’accordo. Nell’ultima settimana, a Tripoli ci sono stati scontri tra gruppi armati che fanno presagire quanto sarà difficile l’insediamento del nuovo governo. Al momento, il generale italiano Paolo Serra sta conducendo per conto delle Nazioni Unite dei colloqui con i leader delle milizie per cercare di trovare un accordo che permetta l’insediamento del governo.

5. L’accordo aiuterà a combattere l’ISIS?

Un governo unitario e non più paralizzato dagli scontri tra fazioni potrebbe affrontare l’ISIS con maggiore efficacia. Secondo le stime più diffuse, lo Stato Islamico in Libia dispone di appena tremila combattenti sparsi su un territorio molto ampio. Al momento, però, le priorità del nuovo governo sono altre: la prima è insediarsi a Tripoli e riunificare le varie fazioni libiche, un processo che potrebbe durare ancora mesi. Soltanto dopo sarà possibile affrontare l’ISIS.

6. L’accordo aiuterà a combattere l’immigrazione?

Vale lo stesso discorso: al momento il governo libico ha altre priorità.

7. Ci sarà un intervento militare internazionale?

Subito dopo la firma degli accordi, il governo britannico ha detto che è pronto a inviare fino a mille uomini in Siria come parte di una spedizione internazionale composta da seimila militari. Ha anche lasciato intendere di essere pronto a iniziare degli attacchi aerei contro l’ISIS. Anche il governo italiano, e in particolare il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, ha spesso ribadito che l’Italia è pronta a inviare militari in Libia e negli ultimi mesi sono filtrate anche delle cifre: circa quattromila militari.
Non sembra però che un intervento militare possa iniziare a breve. C’è bisogno innanzitutto di una richiesta ufficiale da parte del governo libico che in questi giorni è già stato accusato di essere poco più di una pedina delle potenze europee. Richiedere l’aiuto occidentale per insediarsi a Tripoli rischia di alimentare la propaganda delle fazioni ostili all’accordo. Mandare truppe a Tripoli senza un accordo con le milizie locali, inoltre, significherebbe inviare i militari in una missione di combattimento che potenzialmente potrebbe causare molte perdite.
8. Qual è lo scenario migliore?
Nella migliore delle ipotesi, il “consiglio di presidenza” riuscirà a nominare un governo abbastanza inclusivo da soddisfare una fetta significativa delle varie fazioni libiche e il generale Serra riuscirà a raggiungere un accordo con le milizie di Tripoli per permettere al nuovo governo di insediarsi nella capitale. A quel punto, Italia e altri paesi europei potrebbero inviare in Libia una missione con compiti di addestramento militare e per mettere in sicurezza i porti, contribuendo così agli sforzi del governo locale per combattere l’ISIS e controllare il flusso dei migranti.
9. E quello peggiore?
Nello scenario peggiore, gli accordi di giovedì non cambieranno la situazione attuale. Se il nuovo governo non riuscisse a insediarsi a Tripoli è probabile che le fazioni contrarie all’accordo nominino un loro nuovo governo. A quel punto ci saranno nuovamente due governi che si dividono il paese e, sostanzialmente, sarà necessario ricominciare tutto daccapo.

Preso da: http://www.ilpost.it/2015/12/19/accordo-libia/