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sabato 2 marzo 2019

Libia: la mappa dei contrabbandieri di merci e di uomini

25/2/2019

Secondo gli autori di Lost in Trans-Nation, spingendo il Niger a bloccare i migranti in viaggio verso la Libia meridionale gli Stati europei avrebbero contribuito a innescare una serie di dinamiche destabilizzanti. In particolare, le politiche europee nell'area avrebbero contribuito ad accrescere i rischi per i migranti spingendo i trafficanti a concentrarsi prevalentemente su minori

L'Europa contribuisce alle dinamiche di destabilizzazione lungo il confine meridionale della Libia? La questione è al centro di un recente pubblicazione congiunta di Small Arms Survey’s Security Assessment in North Africa (SANA) e Human Security Baseline Assessment (HSBA), in collaborazione con il Conflict Armament Research.
Dopo la caduta di Gheddafi, la Libia è diventata sinonimo di instabilità e illegalità. Per secoli, si legge nel rapporto Lost in Trans-Nation: Tubu and Other Armed Groups and Smugglers along Libya’s Southern Border firmato da Jérôme Tubiana e Claudio Gramizzi, l'area è stata presidiata da gruppi etnici che vedono il confine come un'imposizione ma non come una barriera. Il rapporto studia in particolare i Tubu, uno di questi gruppi, la cui presenza si estende attraverso la Libia meridionale, il Ciad e il Niger.

mercoledì 30 gennaio 2019

VIDEO – Il «grande gioco» delle basi in Africa

L’Arte della guerra

domenica 14 ottobre 2018

Ecco come la Francia fa la "rigorista" in Europa sulla pelle di 14 ex colonie africane

6/10/2018
Il confine del Niger
Costa d’Avorio, Mali, Niger, Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Guinea Bissau, Senegal e Togo.
Sembra una geografia di altri tempi e altri luoghi, eppure è' questo l'elenco dei paesi africani, ex colonie francesi, sui quali la Francia esercita ancora oggi un controllo praticamente assoluto. Con tanto di presenza di soldati sul terreno e di intervento militare qualora un capo di stato deragli dall'asfissiante perimetro economico e geopolitico deciso da Parigi. L'ex presidente ivoriano Gbagbo, nel 2011 in contemporanea all'aggressione alla Libia, è stato deposto militarmente con l'aiuto dei soldati francesi ed è ancora in carcere in attesa di un processo ovviamente "per crimini contro l'umanità".

venerdì 31 agosto 2018

La macchina americana della guerra sta accelerando

20 agosto 2018
Di Vijay Prashad
18 agosto  2018
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La settimana scorsa, il 26 luglio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato la Legge di Autorizzazione della Difesa Nazionale del 2019, che passerà poi al Senato e alla fine al Presidente degli Stati Uniti. Vale la pena notare che 139 Democratici, compresa l’intera dirigenza del Partito Democratico, ha votato a favore di questa legge che fornisce al governo degli Stati Uniti 717 miliardi di dollari per le spese militari di un anno. Questo vuol dire 100 miliari in più di rispetto a quanto è stato speso l’anno scorso (questo è di per sé più della metà del bilancio militare della Cina). Nessun paese spende tanto denaro per le sue forze armate come gli Stati Uniti. Ci manca poco ora prima che il bilancio statunitense per le spese militari supererà il limite di 1 miliardo di dollari.
Di fatto, molti suggeriscono che se vengono aggiunte le parti nascoste del bilancio – per la CIA, per l’intelligence militare, per l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e per le guerre in corso, la soglia di 1 miliardo di dollari, è stata già superata.

martedì 10 luglio 2018

LE VERE CAUSE DELL’EMIGRAZIONE Niger, la maledizione dell’uranio

by · Giu 3, 2018
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Sapete cosa è il Niger? No, tanti di voi non lo sanno. Eppure lo conoscono molto bene. Ricordate le immagini dei bambini scheletriti trasmesse dalle televisioni sotto Natale con la richiesta di donazioni per salvar loro la vita? Quelle creature a un passo dalla morte sono per la gran parte figlie e figli del Niger, uno dei paesi più poveri del mondo dove, un anno si, un altro no, una terribile carestia falcia migliaia di vite umane.
Il Niger è l’emblema dell’ingiustizia e della prepotenza che domina i nostri tempi.
Sì, perché il Niger è ricco, anzi ricchissimo. E’ tra i primi produttori mondiali di una materia prima strategica, l’uranio. Questo paese dovrebbe essere una Svizzera africana. Soffre invece il più terribile dei mali, la fame. Perché?
Facciamo un passo indietro. Tutti sappiamo cosa è la Francia. Un paese grande più o meno come l’Italia, privo di materie prime, eppure dotato di un potere enorme. La Francia siede nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dispone del diritto di veto. Se tutto il mondo pensa di affrontare un problema in un certo modo e la Francia dice no, la proposta del mondo intero viene accantonata. Perché tanto potere per un piccolo paese?

sabato 7 luglio 2018

I migranti vogliono tornare a casa e inviano richieste di rimpatrio

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15 dicembre 2017,
L’effetto più evidente della destabilizzazione in Libia riguarda l’emergenza immigrazione, subita dal nostro paese in primo luogo ma che, anche nella stessa Africa, non ha mancato dal 2011 in poi di suscitare non poche conseguenze tanto politiche quanto sociali; senza uno Stato, con frontiere ridotte ad una mera line tratteggiata sulle carte geografiche, l’ex colonia italiana è diventata crocevia dei più pericolosi traffici internazionali, tra cui purtroppo anche quello di esseri umani. Come già detto nello scorso mese di luglio, la gran parte dei migranti proviene dai paesi della CEDEAO, una ‘piccola’ UE dell’Africa occidentale, in cui l’abolizione delle barriere doganali rende molto semplice lo spostamento tra gli Stati aderenti a tale organizzazione; raggiungere il Niger, paese confinante con la Libia e membro CEDEAO (che a volte a livello internazionale viene indicata con l’acronimo inglese ECOWAS), da nazioni ad esempio quali il Burkina Faso, la Nigeria, il Senegal, il Ghana o la Costa d’Avorio, è abbastanza semplice e non richiede né grosse cifre e né tanto meno corpose documentazioni per chi viaggia. Ecco dunque il motivo per cui, sotto la spinta di locali organizzazioni criminali e clan libici, la Libia è stata invasa da migliaia di migranti in attesa di salpare verso l’Italia: ma adesso, forse, qualcosa sulla sponda africana inizia a muoversi.

venerdì 6 luglio 2018

Niger, l’autostrada dei migranti

18 giugno 2017
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Sembra uno di quegli Stati destinati a far parlare di sé, al grande pubblico, soltanto quando vengono annunciati durante la parata degli atleti nelle cerimonie d’apertura delle Olimpiadi dove, peraltro, non di rado il suo nome è confuso con i vicini della Nigeria; il riferimento è al Niger, paese retto dal 2011 dal presidente Mahamadou Issoufou, ritenuto vicino alle posizioni dell’ex madrepatria francese, che a dispetto di un apparente ‘anonimato’ nelle vicende storiche recenti appare centrale in alcuni dei dossier e delle crisi internazionali più importanti degli ultimi 20 anni: è al Niger che si riferisce il presidente Bush nel gennaio del 2003 durante il celeberrimo ‘discorso delle sedici parole’ (The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa), che di fatto dà il via libera all’attacco preventivo contro l’Iraq del marzo di quell’anno; inoltre, è lungo il triangolo Niger – Italia – USA che si sviluppa, dopo il conflitto contro Saddam, il CIAgate in cui viene rivelata l’infondatezza dei documenti che accusavano il governo del paese africano di vendere uranio a Baghdad; infine, nel 2011 diversi membri della famiglia Gheddafi hanno trovato riparo provvisorio in Niger dopo l’uccisione del rais libico.

giovedì 5 luglio 2018

Libia, le accuse alla Francia: “Così fanno passare i migranti”

26 giugno 2018,
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Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est del Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.
Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”,  dice Adel a Gli Occhi della Guerra.

Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.
Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.

lunedì 2 luglio 2018

Politica in Africa e caos in Libia, tutte le colpe della Francia

Per il generale MARCO BERTOLINI bisogna insistere a bloccare ogni rotta via mare dalla Libia, perché al momento non è possibile inviare forze militari ai confini subsahariani
Il presidente francese Emmanuel Macron (LaPresse) 
Il presidente francese Emmanuel Macron (LaPresse)

Circa l'80% del patrimonio economico dei paesi cosiddetti subsahariani, le ex colonie francesi come il Niger, la Repubblica Centrafricana, il Ghana, il Senegal, il Mali, è gestito direttamente da Parigi in cambio di pseudoaiuti economici. La moneta di riferimento è il franco, cosa che li assoggetta economicamente ancor di più a Parigi. Qui, ci ha detto il generale Marco Bertolini (ex comandante del Coi, a capo di operazioni speciali in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan), la Francia ha migliaia di soldati impegnati in azioni di guerra a favore di una parte piuttosto che l'altra. Per Parigi basta che rimanga il predominio francese: "Qui la Francia non ha mai fatto niente per bloccare i flussi di migranti che si recano in Libia, dopo aver fatto saltare quel tappo che si chiamava Gheddafi e che teneva lontani questi flussi".

sabato 24 febbraio 2018

L’offensiva militare dell’imperialismo in Africa

16 febbraio 2018

di Carlos Lopes Pereira
usarmy toppe“O Militante“, rivista teorica del Partito Comunista Portoghese, n° 352 gennaio-febbraio 2018

Traduzione di Marica Guazzora per Marx21.it

Nel quadro della sua strategia imperialista di dominio mondiale gli Stati Uniti stanno aumentando gli interventi militari in Africa; Mentre provocano l’aumento delle tensioni, creano minacce di guerra in altre zone del pianeta. Gli Stati Uniti e gli alleati, in particolare la Francia, hanno collocato più truppe e armamenti nel continente africano, rinforzando le basi militari, creando nuovi meccanismi di ingerenza, causando l’aggravarsi di conflitti e guerre.

Questa offensiva bellicista in Africa, che da un lato conta sulla connivenza di settori delle classi nazionali e dall’altro affronta l'opposizione e la resistenza dei popoli, crea le condizioni per un ulteriore sfruttamento dei lavoratori e il saccheggio delle risorse naturali, un processo violento di neocolonizzazione che blocca lo sviluppo sovrano dei paesi africani. Sono evidenti gli obiettivi dell’imperialismo: il dominio delle risorse naturali, la conquista di nuovi mercati, il controllo delle posizioni strategiche e la concorrenza con le potenze emergenti, specialmente la Cina.

martedì 30 gennaio 2018

Soldati italiani in Niger, a proteggere l’uranio dei francesi

2/1/2018

Soldi e uranio, col rischio di finire in mezzo a una guerra. L’Italia in Niger con 500 soldati, su invito della Francia? Motivo ufficiale: fermare, nel Sahel, la tratta dei migranti e il fondamentalismo islamico. Ma attenzione: il Niger ha appena ottenuto, dalla conferenza parigina dei donatori, un super-finanziamento da 23 miliardi di dollari. Un pacchetto di aiuti, come si dice in gergo, “allo sviluppo e alla sicurezza”, i cui appalti sono destinati a imprese europee. «Di sicuro vedremo quindi imprese italiane su quel campo, per non parlare della fornitura di armi necessaria alla “stabilizzazione”», scrive il blog “Senza Soste”, che mette a fuoco anche l’altra possibile motivazione della strana missione italiana, annunciata da Gentiloni dal ponte di una portaerei. «Il punto è che in Niger, oltre ai 23 miliardi di dollari in aiuti che andranno trasformati in appalti, c’è qualcosa che vale, come sempre, una spedizione militare: qualcosa di serio, come quel tipico prodotto da green economy che è l’uranio». Non è certo una novità: proprio per l’uranio destinato al nucleare fu montato, nel 2002, il caso Nigergate. «In poche parole, si scrive Niger e si legge uranio. Stiamo parlando del quinto produttore di uranio al mondo ma con una popolazione, di venti milioni di persone, stimata tra le dieci più povere del pianeta».
DroneIn Niger c’è anche Arlit, una delle capitali mondiali della produzione di uranio impoverito, continua il newsmagazine. E’ proprio il pericolosissimo materiale «che provocò la morte dei soldati italiani al ritorno dalle missioni coloniali in Kosovo, Afghanistan e Jugoslavia (340 morti, 4000 malati, una strage silenziata al massimo dai media, con D’Alema e Mattarella, all’epoca ministro della difesa, che in materia negarono l’impossibile)». Ma in Niger, continua “Senza Soste”, «se si scrive uranio si legge Areva, una multinazionale francese a proprietà pubblica, con un proprio distinto grattacielo al quartiere parigino della Défense». Il campo si fa quindi più chiaro: resta in mano francese lo sfuttamento e l’export dell’uranio del Niger, i cui proventi non vanno certo ad una popolazione ben al di sotto del livello di povertà.

giovedì 4 gennaio 2018

Via dalla Libia! No alla missione in Niger

L’ipocrisia dell’imperialismo italiano è pari solo alla sua infamia. Dopo aver firmato intese con il fantoccio Sarraj e le milizie sahariane per sigillare la rotta libica – che hanno avuto come conseguenza altre stragi in mare e l’incarceramento di migliaia di  migranti nei lager dove si commettono torture e abusi – Gentiloni e Minniti hanno pagato una marchetta al Vaticano prima di natale, facendo arrivare dalla Libia 162 migranti.
Nell’occasione hanno avuto anche la faccia tosta di parlare di “corridoi umanitari”, quando la politica migratoria di un governo persino peggiore di quello di Renzi è stata della quella disumana e reazionaria dei respingimenti in mare e l’esternalizzazione delle frontiere.

mercoledì 20 dicembre 2017

RISIKO LIBIA/ Jean: migranti, Italia in Niger e uranio, Macron è destinato a inciampare

Ci sono importanti movimenti per quanto riguarda lo scenario libico e il blocco dei migranti dall'Africa centrale in cui l'Italia è in primo piano. Ne parla CARLO JEAN
Migranti in Libia (LaPresse) 
Migranti in Libia (LaPresse)

Secondo una notizia diffusa ieri dall'agenzia Reuters, rappresentanti dell'Unione Europea, delle organizzazioni non governative e del governo italiano stanno lavorando a un piano che prevede che entro il 2020 tutto il controllo del traffico di uomini dalla Libia sia dato alla guardia costiera libica. Un piano da 44 milioni di euro per equipaggiare la capacità libica di creare un centro di coordinamento dei salvataggi e una vasta zona marittima di search and rescue. Un piano che lascia forti dubbi soprattutto alle Ong, secondo le quali la marina libica non sarà in grado di farvi fronte. Intanto circa 500 soldati italiani e 150 mezzi militari stanno per partire per il Niger, zona che lo scorso anno ha visto il passaggio di ben 300mila migranti, affiancando le truppe francesi. Il tutto mentre fra un paio di giorni scade l'accordo del 2015 che prevedeva la creazione di un governo di unità nazionale in Libia che ancora non c'è. Di questo complesso scenario abbiamo parlato con il generale Carlo Jean.

venerdì 4 agosto 2017

Libia, la missione italiana si sgonfia. Sarraj: interventi su richiesta

di LORENZO BIANCHI
 Pubblicato il


venerdì 7 luglio 2017

Corsa all’oro in Libia e Ciad: ecco come si finanziano i trafficanti



Giordano Stabile 3 luglio 2017

Roma - C’è anche una disperata corsa all’oro dietro il caos nel Sud della Libia e nei Paesi confinanti che spinge centinaia di migliaia di migranti verso le coste del Mediterraneo. La corsa è iniziata poco prima dell’inizio della guerra civile, nel 2011, ma col collasso dello Stato libico ha creato un calderone dove si mischiano milizie jihadiste, trafficanti e cercatori che inseguono una ricchezza impossibile nel deserto.
E che quando la vena si esaurisce si ritrovano senza mezzi, cibo, acqua in città fantasma sorte dal nulla. Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e Tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai Paesi dell’Africa nera confinante.

martedì 23 maggio 2017

nuova invasione di Libia e Niger, questa volta ti spiegano che serve per "fermare l' immigrazione".

Pronta la missione "Deserto rosso": 500 soldati per fermare i migranti

Pronta l'operazione "Deserto Rosso" in Niger per bloccare l'afflusso di migranti in Libia. I militari dovrebbero addestrare forze nigerine e libiche

giovedì 27 aprile 2017

Nell'ultimo paese liberato dall'America da un "malvaggio dittatore" si commerciano schiavi

21/4/2017


È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi, ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.
Nonostante le conseguenze devastanti dell'invasione del 2011, l'Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l'amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di "proteggere il popolo libico", così l'amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche "repressive" di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l'avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.
Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei —figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all'invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.
Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli "interventi umanitari": la crescita del mercato degli schiavi.

giovedì 1 dicembre 2016

La maggior parte dei migranti in Libia non vuole venire in Europa

24/11/2016 di  

“Te l'assicuro, la maggior parte di loro sarebbe rimasta molto volentieri in Libia” dice mentre inforchetta un boccone di bucatini. Via di Torre Argentina, Roma, nel palazzo di fronte c'è la sede di una congregazione ecclesiastica e, al piano superiore, del Partito Radicale.
Nonostante il mese di novembre sia già quasi finito fa un caldo primaverile. Un caldo quasi africano. E noi, chi scrive e il suo amico che di mestiere fa l'operatore umanitario in una città del nord-Italia, ci ritroviamo così, a mangiare bucatini all'amatriciana parlando di Africa, di conflitti, di migranti e di lavoro. “Finché c'era Gheddafi era facile, la Libia era ricca e gli stranieri lavoravano alla grande. Gheddafi non bloccava i barconi, semplicemente non c'erano i barconi carichi di disperati perché la Libia dava lavoro a tutti.

venerdì 7 ottobre 2016

Il rapimento in Libia: analisi di un delitto

Combattimenti in Libia. REUTERS/Goran Tomasevic
Combattimenti in Libia. REUTERS/Goran Tomasevic
Nei giorni scorsi in Libia sono stati rapiti un canadese e due tecnici italiani dipendenti di una società italiana che gestisce i lavori di manutenzione all'aeroporto di Ghat.

Gli eventi

Il 19 settembre 2016 nei pressi della città di Ghat, situata nella regione libica del Fezzan in prossimità del confine libico-algerino, sono stati rapiti due cittadini italiani e un cittadino canadese. Si tratta di Bruno Cacace, 56 anni e residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Danilo Calonego, 66 anni di Sedico (Belluno) e un cittadino canadese che si trovava con loro, Frank Boccia. I due tecnici italiani sono dipendenti della ditta Con.I.Cos (Contratti Internazionali Costruzioni) di Mondovì e si trovavano in Libia per effettuare dei lavori di manutenzione nella struttura aeroportuale di Ghat.

domenica 3 luglio 2016

Oltre la Libia il caos Sahel e l’islam africano dopo Gheddafi

Per la storia, quasi certamente il britannico Cameron e il francese Sarkozy saranno incolpati del disastro Libia per l’avventata ‘liberazione’ da Gheddafi. Tempi e modi dell’evento. Non per rivalutare il vecchio tiranno, ma per ciò che è venuto dopo. La devastazione del Sahel come seguito ha radice alla guerra del 2011, una guerra che si trasforma subito nel caos che perdura ancora oggi.
Tuereg armi cop
Se la Libia, dopo i numerosi Vertici organizzati dall’ONU, è guidata da tre Governi con i rispettivi ministri e registra oltre 1.700 milizie in lotta fra loro, non è da meno il Sahel, divenuto terreno di scontro privilegiato.
La caduta del regime gheddafiano provoca l’immediato ritorno dei tuareg, il contrabbando dell’ armamento saccheggiato dalle caserme libiche e una serie di conflitti in tutto il Sahel, iniziando dal vicino Mali.