In ogni guerra, ancora prima della gente, occorre assassinare la verità. Guerra alla libia: 100000 morti, 240000 persone ancora cercate, 78000 dispersi. 10300 donne violentate, 350000 rifugiati.
Due incidenti tra le forze di supporto al Governo di Tripoli
18 luglio 2020
Un soldato (mercenario) siriano
dell’esercito di Ankara ha confermato che nella giornata di venerdì si
sono verificati due incidenti tra le forze affiliate al Governo di
Tripoli.
Secondo il giovane siriano, una disputa
personale sarebbe sfociata in uno scontro che ha portato alla morte di
due siriani appartenenti alla fazione del Sultan Murad, nei pressi di
Salah al Din, a sud di Tripoli.
La Libia continua a precipitare in un
vortice di morte e violenza dopo che il Governo di Accordo Nazionale
(GNA), con base a Tripoli e sostenuto dalla Turchia di Recep Tayyip
Erdogan, ha rifiutato qualsiasi accordo di cessate il fuoco nonostante
numerosi appelli della Comunità internazionale per una tregua. Dopo il
ritiro del Libyan National Army (LNA) dalla Libia occidentale per
proteggere i civili dal fuoco indiscriminato delle milizie di Fayez
al-Serraj e Fathi Pashagha, sabato il generale Khalifa Haftar ha inviato
consistenti rinforzi dalle città di Bengasi e Marj, a Sirte, comprese
le Forze Speciali, anche conosciute come la Brigata Al-Saiqa, guidata
dal comandante Wanis Bukhamada.
Secondo militari di Sirte, più di
30 membri delle milizie del GNA sono stati uccisi nella periferia della
città che ha dato i natali al colonnello Muammar Gheddafi. L’LNA guidato
dal feldmaresciallo Haftar ha respinto le milizie di Tripoli e
Misurata, costringendole a ritirarsi oltre l’area
di Al-Washka sabato. L’LNA ha anche affermato di aver abbattuto due
droni turchi, bruciando più di una dozzina di veicoli appartenenti alle
milizie Al-Wefaq a causa dei bombardamenti aerei e alla prontezza
dell’esercito libico sugli assi di Sirte.
Per
trovare una soluzione pacifica alla crisi, dopo la ripresa dei colloqui
del gruppo di contatto sponsorizzato dalle Nazioni Unite a Ginevra (5 +
5), il generale Haftar e il presidente del parlamento
libico, Aquila Salah, sono arrivati al Cairo per colloqui di alto
livello con il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi. Durante una
conferenza stampa congiunta, i tre hanno annunciato un nuovo piano per
la Libia, che mira a consentire legittime elezioni presidenziali e
parlamentari. Haftar ha accettato la nuova iniziativa politica che
include un cessate il fuoco da lunedì e un piano di pace a lungo
termine. La Comunità internazionale ha accolto con favore
la “Dichiarazione del Cairo”, in particolare gli Emirati Arabi Uniti,
Francia, Germania e l’Ambasciata degli Stati Uniti in Libia; mentre
l’Italia e la Turchia sono rimaste in silenzio, così come la Missione di
Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL).
Parlando a fianco di Haftar e Aquila
Saleh, Sisi ha proposto un piano che prevede colloqui a Ginevra,
l’elezione di un consiglio direttivo, lo scioglimento delle milizie e
l’uscita di tutti i combattenti stranieri dalla Libia. Il GNA di Serraj e
l’Alto Consiglio di Stato, guidato dall’esponente della Fratellanza
Musulmana, Khaled al-Meshri, hanno respinto le proposte
dell’Egitto. Mentre la maggior parte dei libici hanno criticato sui
social network la posizione di UNSMIL, accusando in particolare la
Rappresentante Speciale del Segretario Generale (SRSG), Stephanie
Williams, di non essere neutrale, patteggiando per il GNA, in
particolare per il ministro dell’Interno Fathi Pashagha. I libici hanno
chiesto di nominare con urgenza un nuovo inviato dopo le dimissioni di
Ghassan Salamé a marzo. Va detto che Francia e Italia, i
principali attori europei coinvolti nel fascicolo libico, hanno
precedentemente concordato di trovare un nuovo inviato delle Nazioni
Unite nel Paese nordafricano.
Tutti i problemi della coalizione anti-Haftar, schermaglie tra le milizie di Tripoli
Di Vanessa Tomassini. 27 Aprile 2020.
Il conflitto prolungato, la mancanza di gerarchia, il continuo
ingresso di nuove forze tra i loro ranghi e la difficoltà a rimpiazzare
le perdite sul campo, sono tutti fattori che seppur minimizzati o negati
dai diretti interessati, stanno intensificando le tensioni tra le forze
affiliate al Governo di Accordo Nazionale (GNA).
Il pomeriggio del 25 aprile, schermaglie sono iniziate tra le forze
del GNA al fronte di Ain Zara quando la Special Deterrence Force (SDF),
la milizia RADA affiliata al Ministero dell’Interno di Tripoli, ha
ucciso il terrorista, Salim Al-Hassady, membro del Dura Mujahideen Shura
Council (DMSC) che era stato recentemente rilasciato dalla prigione
controllata dalla stessa RADA per unirsi alle forze del GNA in prima
linea contro Haftar.
L’emergenza
del Coronavirus ha, purtroppo offuscato molte altre questioni che pur
ci toccano da vicino, come quella libica.Si, perché è inconcepibile
affrontare il tema immigrazione senza tener conto di ciò che succede nel
paese che è diventato snodo principale del traffico di esseri umani.
Tra i protagonisti della tratta c’è un Ahmad Dabbashi, una delle figure
di spicco della malavita della Tripolitania occidentale, a capo della
“Brigata Anis Dabbashi”, colui che “da boss degli scafisti a
collaboratore di primo piano con il progetto del governo italiano per il
blocco dei flussi migratori, ricevendo ben 5 milioni di euro
dall’Italia , se non il doppio, con la piena collaborazione del premier
del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, Fayez Sarraj (era
il 2017, se non erro).
Di Vanessa Tomassini. “Le milizie di Misurata sono entrate nel villaggio di Abu Qurain,
costringendo i civili ad uscire. Hanno rotto una mano ad una ragazza
quando ha provato ad impedire loro di arrestare suo fratello, Souad
Mohamed al-Senussi”. Ci raccontano alcuni civili in fuga dagli
scontri armati tra i gruppi armati di Misurata, affiliati al Governo di
Accordo Nazionale (GNA) e il Libyan National Army (LNA) sotto il comando
del feldmaresciallo Khalifa Haftar.
Ad Abu Qurain diverse case sono state danneggiate dai combattimenti,
alcune sono state bruciate per via dell’orientamento politico dei
proprietari. Secondo il racconto dei residenti, con l’esplosione della
violenza che ha raggiunto i quartieri residenziali, si sono verificati
diversi crimini, compresi furti ed episodi di sciacallaggio, mentre i
civili continuano a non avere accesso ai beni esistenziali di base.
Di Vanessa Tomassini. “Ciò che è importante per i cittadini libici che soffrono delle
complicazioni delle guerre, in particolare per coloro che sono stati
costretti a lasciare le proprie case, è un cessate il fuoco di fatto. E’
importante l’impegno dei partiti nell’annunciare la loro decisione di
cessare il fuoco. Crediamo in una soluzione raggiunta dai libici, dalla
volontà libica, senza internazionalizzazione o dettatura di Paesi
stranieri”. A dirci questo è Agela Algaml, presidente del Consiglio sociale della tribù Werfalla, una delle più grandi in Libia. Algaml parlando del vertice di Berlino ci dice: “Una
soluzione che sia motivata dall’interesse libico e non basato
sull’accordo e l’armonia degli interessi dei paesi stranieri. In ogni
caso, speriamo che Berlino non sia un incontro come Roma e Parigi.
Speriamo che riesca a frenare come minimo gli interventi stranieri, e
che la Libia venga lasciata ai libici, e che non sarà limitato a coloro
che si sono incontrati a Skhirat e nelle asce da combattimento altre
volte, poiché un ampio segmento del popolo libico è stato assente a
Skhirat ed è stato però gettato dai partecipanti nelle guerre e nel loro
flagello”.
Di Vanessa Tomassini.
Il Consiglio sociale della tribù Gheddafi (o Qaddafha) ha emesso un
comunicato l’11 gennaio 2020 indirizzato al Governo di Accordo
Nazionale, con base a Tripoli, con cui chiede alle autorità libiche di
rispettare i giudizi e gli accordi intercorsi per il rilascio dei propri
giovani detenuti nelle prigioni di Tripoli. “Possa Dio onnipotente
testimoniare la nostra sincerità nel momento in cui affermiamo la nostra
fiducia nell’integrità della magistratura libica, nonostante tutto ciò
che è accaduto e sta accadendo, nonchè la nostra dipendenza dalla
magistratura per accertare la verità, in particolare per quanto
riguarda i casi dei detenuti che erano stati arrestati, sullo sfondo
degli eventi del 2011. Grazie a Dio non siamo rimasti delusi da questa
istituzione”.
Il leader di Ankara non esclude l'azione militare "in caso di invito di al-Serraj"
Tripoli, 10 dicembre 2019 - La Turchia non esclude un intervento militare in Libia. Una posizione espressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan che ha criticato il sostegno di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto
al generale Khalifa Haftar. "Nel caso di un invito" da parte del
governo di Fayez al-Sarraj a entrare in azione, ha detto invece Erdogan,
"la Turchia deciderà autonomamente che tipo di iniziativa prendere".
Parlando in un'intervista alla tv statale Trt, il leader di Ankara ha
inoltre accusato i Paesi pro Haftar di violare l'embargo alla vendita di
armi imposto dalle Nazioni Unite. La Turchia è stata a sua volta
accusata in passato di fornire armi alle milizie fedeli a Tripoli.
Le affermazioni di Erdogan giungono dopo il
memorandum d'intesa sulla demarcazione dei confini marittimi siglato il
27 novembre scorso a Istanbul con Sarraj. Un accordo in base al quale
Ankara e la Libia possono effettuare operazioni congiunte di
esplorazione nel Mediterraneo orientale. Mossa che ha acuito le
controversie sulla zona, aumentando la tensione tra Turchia e Grecia.
Dissapori già in atto dopo le esplorazioni di gas turche nel
Mediterraneo orientale al largo della costa dell'isola divisa di Cipro.
Proprio queste esplorazioni hanno innescato le sanzioni dell'Unione
europea nei confronti di Ankara.
Il governo fantasma di Tripoli e la Turchia
firmano accordi di cooperazione sugli idrocarburi offshore, ai danni di
Cipro, Grecia, Egitto e Israele
[2 Dicembre 2019]
Il 30 novembre, la delegazione della Grecia che stava assistendo
all’inaugurazione del Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (TANAP), il
gasdotto che porterà il gas del giacimento azero di Shah Deniz dal Mar
Caspio in Italia e in Europa, ha abbandonato la cerimonia dopo che il
presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che entrerà in
vigore l’accordo tra Turchia e Libia sul confine marittimo e che sarà
applicato in tutte le sue disposizioni. La delegazione greca presente
all’inaugurazione del TANAP era guidata dal vice-ministro dell’ambiente e
dell’energia Dimitris Ikonomu che dopo aver definito provocatorie le
dichiarazioni di Erdogan ha spiegato: «Ero lì come rappresentante del
governo greco su questo tema molto concreto: il gasdotto TANAP sarà
connesso al gasdotto transadriatico TAP. Era la ragione della nostra
partecipazione all’inaugurazione. Quando Erdogan ha affrontato dei
problemi scollegati con l’inaugurazione del gasdotto e ha evocato la
Grecia in maniera provocatoria, ho giudicato giusto andarmene. I turchi
mi hanno chiesto perché stavo andando via ed ho spiegato loro che non
potevo restare dopo una tale dichiarazione».
Nuovi
dettagli sono emersi dopo l’accordo di Ankara-Tripoli. Il presidente
turco Recep Tayyip Erdogan incontrava Fayaz al-Saraj del governo dei
fratelli musulmano libici ad Ankara. L’incontro durò 2 ore e pochi
dettagli emersero inizialmente per ovvie ragioni. Una dichiarazione
turca sull’incontro menzionava solo: “Abbiamo firmato col governo di
Tripoli un protocollo d’intesa su sicurezza e cooperazione militare,
mentre allo stesso tempo abbiamo firmato un protocollo d’intesa sul
mare, derivante dal diritto internazionale”, senza citare esattamente
quale diritto internazionale, in quanto non esiste un diritto
internazionale a sostegno delle affermazioni di Erdogan. I media turchi,
interamente controllati da Erdogan, continuano il caso. Darebbe essere
un accordo a due che va approvato da altri Paesi per legittimarsi, ma
con tali mosse i turchi creano un clima di ostilità nel Mediterraneo
orientale. E non va dimenticata la lettera di Ankara alle Nazioni Unite,
che annulla difatti le zone economiche esclusive greche e cipriote.
24 novembre 2019. TRIPOLI - Nuove accuse all'Italia da parte delle
autorità dell'Est della Libia, sotto il comando del generale Khalifa
Haftar, dopo che un drone è precipitato nei giorni scorsi a Sud-Est di
Tripoli. La Commissione Difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruk
ha infatti denunciato quello che definisce il sostegno italiano a
«bande terroristiche ed estremiste in Libia attraverso il supporto
logistico sul terreno e il volo di droni nello spazio aereo libico».
«Avvertiamo la Repubblica italiana che persistendo con questo
approccio a sostegno delle milizie l'Italia non avrà alcuna opportunità
di partecipare in futuro alla cooperazione con la Libia», si legge nel
comunicato diffuso oggi dal sito Libyan Address Journal, vicino ad
Haftar, che due giorni fa aveva già pubblicato il monito all'Italia del
deputato di Tobruk, Ali al Saidi, molto vicino al generale, a
«rispettare la sovranità della Libia».
20 novembre 2019.
Un drone militare italiano della missione Mare sicuro è
precipitato in Libia: le cause non sono state ancora accertate e fonti
italiane ipotizzano un guasto, ma le forze del generale Khalifa Haftar
hanno rivendicato di averlo abbattuto nel confitto a bassa intensità
che conducono da mesi per la conquista di Tripoli. La capitale libica
dove, col sostegno dell'Onu e dell'Italia, è insediato il premier Fayez al-Sarraj.
Lo Stato maggiore della Difesa italiano si è limitato a rendere noto che
un «velivolo a pilotaggio remoto» dell'Aeronautica militare - si tratta
di un «Predator B» del 32/o Stormo di Amendola, dove è di stanza il
Gruppo velivoli teleguidati - dopo aver perso il contatto con la base, è
«precipitato in territorio libico, per cause ancora in corso di
accertamento».
In un centro di detenzione per migranti vicino al
villaggio di Karareem, in Libia, il 25 settembre 2016.
(Manu Brabo, Ap/Ansa)
Parlando alla camera il 6 novembre, la ministra dell’interno Luciana Lamorgese ha rivendicato il successo degli accordi siglati da Roma con Tripoli nel febbraio del 2017 (Memorandum Italia-Libia), ma ha fatto pochi riferimenti agli elementi problematici di quegli accordi: gli “inimmaginabili orrori” denunciati dall’Onu
all’interno dei centri di detenzione libici in un rapporto della fine
del 2018; le violazioni sistematiche dei diritti umani nei centri di
detenzione governativi (finanziati dai contribuenti italiani ed europei)
descritti da numerosi report e da migliaia di testimonianze; la scarsa
capacità della cosiddetta guardia costiera libica di controllare e
operare salvataggi in uno dei tratti di mare più trafficati e pericolosi
del mondo; l’innalzamento del tasso di mortalità lungo la rotta
mediterranea e infine le numerose denunce sul coinvolgimento di
interlocutori discutibili, come il clan Dabbashi a Sabratha o il clan
Koshlaf a Zawyia (come il caso di Al Bija rivelato da Avvenire), nelle trattative per fermare le partenze di migranti dalla Libia nel 2017.
Sappiamo che diamo un sacco di soldi alla Libia perché non faccia partire migranti verso l'Europa, e sappiamo anche che nessuno monitora (bene) come questi soldi vengono spesi.
Ma di quanti soldi parliamo esattamente? Dai nostri calcoli risulta che
negli ultimi due anni l'Italia ha messo nel piatto libico quasi mezzo miliardo di euro (475 milioni di euro), di cui 100 milioni provenienti da Bruxelles.
Per
ricostruire "quanto denaro abbiamo dato alla Libia" bisogna
innanzitutto comprendere che non si parla mai di finanziamenti diretti
sull'asse Roma-Tripoli, ovvero di bonifici al Governo di Accordo
Nazionale, bensì di supporto logistico, strumentazione, sovvenzioni di
missioni internazionali, gare d'appalto ed erogazioni alle Ong che
lavorano sul territorio.
Un esempio recente? Le dieci motovedette
consegnate ad Abu Sitta nel giorno della scadenza del contestato
memorandum. Costo: 2.5 milioni di euro, stanziati con apposito decreto
legge e pagati con fondi di riserva dello Stato.
Se capire
esattamente quanti soldi diamo alla Libia è difficile anche per gli
addetti ai lavori, sapere con certezza come questi fondi vengano
impiegati è ancora più arduo.
Sono passati otto anni dall’intervento occidentale che ha
spodestato il regime di Muammar Gheddafi. Oggi, con due Governi e
centinaia di milizie armate che controllano il territorio, la Libia è
uno Stato fallito, stremato da una guerra che sembra non finire più.
1.
LO SCONTRO TRA HAFTAR E SERRAJ: A CHE PUNTO SIAMO?
La caduta del colonnello Muammar Gheddafi nel 2011 ha portato la
Libia nel caos. Dopo otto anni di sanguinosa guerra civile – in cui centinaia di milizie armate
si sono contese l’effettivo controllo sul territorio a suon di
attentati, rapimenti e gestione di vari traffici illeciti – l’esistenza
di due Governi è la rappresentazione plastica dello smembramento dello
Stato libico. Se in Tripolitania l’esecutivo riconosciuto dalla comunità
internazionale (GNA) e presieduto da Fayez al-Serrajsembra reggersi su un fragile patto di potere stipulato con le milizie in suo supporto, nella parte orientale del Paese l’appoggio dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha permesso all’uomo forte della Cirenaica,
Khalifa Haftar, di avanzare militarmente e di minacciare l’uso delle
armi contro il GNA. Oggi il conflitto sembra essere arrivato a un punto
morto. Da una parte i bombardamenti di Haftar sui
sobborghi di Tripoli confermano l’intenzione di procedere con l’opzione
militare per accrescere il proprio peso negoziale sui tavoli
internazionali; dall’altro lato la discreta resistenza del GNA di al-Serraj
ha riequilibrato i rapporti di forza tra i due leader, ridimensionando
le aspirazioni del generale della Cirenaica. Il conflitto, quindi, è
destinato a protrarsi, col rischio concreto che un’escalation possa impegnare maggiormente altri attori presenti nello scenario libico.
2 ottiobre 2019.
Di Vanessa Tomassini.
Dopo essere rimasta fuori dal conflitto per
circa sei mesi e nonostante il sindaco abbia più volte preso le distanze dalla
lotta politica, la città di Sirte viene coinvolta pesantemente nella guerra a
Tripoli. Il comandante della regione centro-occidentale, il misuratino Mohammed
el-Haddad, ha incaricato Abdullah al-Naas, di proteggere la città che ha dato i
natali al colonnello Muammar Gheddafi. All’inizio delle operazioni militari
nella capitale da parte del Libyan National Army (LNA), sotto il comando del
feldmaresciallo Khalifa Haftar, al-Naas ha chiesto agli anziani di Misurata di
emettere un comunicato di condanna contro l’esercito orientale. Tuttavia il
Consiglio, composto da 28 tribù, si è rifiutato in quanto gli anziani non
potevano schierarsi contro i loro figli che hanno scelto di arruolarsi con l’esercito
di Haftar. Molti giovani di Sirte, compresi i sostenitori del precedente regime,
hanno scelto di schierarsi con l’LNA vedendo in esso la possibilità di
recuperare quanto andato perduto nel 2011.
Turchia
da una parte ed Emirati Arabi Uniti dall'altra continuano ad appoggiare
rispettivamente Al Sarraj ed Haftar: in Libia arrivano armi e mezzi
militari, anche un cessate il fuoco adesso appare lontano
La guerra in Libia continua e l’Europa
non riesce ad imporre un proprio cessate il fuoco, semplicemente perché i
principali sponsor delle parti in lotta vedono il conflitto come
l’ultimo fronte di un grande duello tutto interno al mondo musulmano.
Più la battaglia per la presa di Tripoli va
avanti, più la fisionomia dello scontro appare come una vera e propria
guerra per procura tra le principali potenze regionali. A partire, da
quelle che si contendono l’influenza del mondo sunnita: Turchia da una parte e blocco saudita dall’altra, all’interno del quale emergono gli Emirati Arabi Uniti.
25 giugno 2019.
Vanessa Tomassini, inviata a Tripoli per Notizie Geopolitiche, che cura questo sito di approfondimento Speciale Libia, ha rilasciato una lunga intervista al canale libico 218 News,
dopo quasi due mesi di permanenza nell’est e nell’ovest della Libia. La
collega, dopo aver coperto gli scontri in e intorno a Tripoli,
collegandosi in diretta con TV e radio nazionali, si è recata a Bengasi,
Derna ed Al-Beida, malgrado l’ambasciata d’Italia a Tripoli l’avesse
fortemente sconsigliata. “Dopo 5 giorni a Tripoli, quando ho pubblicato
il racconto del fronte di guerra, un funzionario dell’ambasciata
italiana mi ha contattata perchè l’Ambasciatore Giuseppe Buccino voleva
vedermi”. Racconta Vanessa, aggiungendo che secondo l’ambasciata “ero in
pericolo e mi consigliavano di lasciare il Paese immeditamente”.