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martedì 2 luglio 2019

Libia: i mercenari pagati anche dall' italia, cercano di violentare una giornalista italiana.

25 giugno 2019.

Vanessa Tomassini, inviata a Tripoli per Notizie Geopolitiche, che cura questo sito di approfondimento Speciale Libia, ha rilasciato una lunga intervista al canale libico 218 News, dopo quasi due mesi di permanenza nell’est e nell’ovest della Libia. La collega, dopo aver coperto gli scontri in e intorno a Tripoli, collegandosi in diretta con TV e radio nazionali, si è recata a Bengasi, Derna ed Al-Beida, malgrado l’ambasciata d’Italia a Tripoli l’avesse fortemente sconsigliata. “Dopo 5 giorni a Tripoli, quando ho pubblicato il racconto del fronte di guerra, un funzionario dell’ambasciata italiana mi ha contattata perchè l’Ambasciatore Giuseppe Buccino voleva vedermi”. Racconta Vanessa, aggiungendo che secondo l’ambasciata “ero in pericolo e mi consigliavano di lasciare il Paese immeditamente”.

venerdì 12 aprile 2019

Il traditore Haftar si prepara ad attaccare Tripoli, e gli occupanti stranieri si preoccupano per la LORO “conferenza di pace”.


Il traditore Haftar, uomo della CIA si prepara a marciare su Tripoli, la cosa era prevista e prevedibile, qualche tempo addietro scrissi a tal proposito.
Gli occupanti della Libia sono preoccupati che questo possa mettere in pericolo la loro fantomatica “conferenza di pace” prevista per questo mese. Vorrei far presente che questa è la “conferenza di pace” degli occupanti!, i partecipanti sono stati scelti trai traditori del primo momento, con una certa maggioranza di “islamisti”. La vera conferenza di pace si terrà a Sirte, organizzata dalle Tribù Libiche, questa è la vera conferenza, con i delegati legittimi, perchè scelti dalle tribù, che sono il popolo.
Intanto il “grande liberatore” Haftar, nel tentativo di impedire la conferenza di pace delle Città e Tribù faceva rapire 2 Leader delle tribù di Bengasi e Zintan: http://libyanwarthetruth.com/cia-puppet-khalifa-haftar-seizes-libyan-tribal-leaders-attempting-stop-tribal-conference
Tutte cose che sulla stampa di regime non troverete.
Vediamo la situazione sul campo con questo articolo:

Le forze del Maresciallo Haftar sono entrate a Garian

martedì 11 dicembre 2018

Perché la Libia non sta né con Serraj né con Haftar



di Barbara Ciolli
Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi
Libia guerra dopo Gheddafi Derna
 Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese alla vigilia del voto.
  Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese 
 
È diventata una consuetudine che quando il premier Fayyez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale come primo interlocutore politico della Libia, va all'estero si tentano assalti ai palazzi delle istituzioni di Tripoli. Ogni occasione è buona per rovesciare l'assetto di comando, vista la fragilità dell'esecutivo che di fatto governa – e detta legge attraverso le sue milizie di un cartello ormai criminale – solo la capitale: le brigate escluse dalla torta non aspettano altro ed è forte ormai, per le ristrettezze vissute ormai da anni da una parte crescente della popolazione, anche il malcontento popolare. L'ultima sommossa è stata più civile, perché a rompere il cordone di sicurezza e a entrare nel palazzo del Consiglio presidenziale di al Serraj non sono stati gruppi armati con mitragliatori e bombe, ma centinaia di manifestanti, cittadini arrabbiati che hanno vandalizzato il palazzo del governo.

lunedì 26 novembre 2018

Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

Risultati immagini per Saif al Islam Gheddafi immagini
Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

domenica 12 agosto 2018

Attivisti ed istituzioni chiedono la rimozione dell’ambasciatore Perrone

7 agosto 2018
Di Vanessa Tomassini.
Le dichiarazioni dell’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone, in una intervista al canale “Libya Channel” circa le elezioni, ha infiammato gli animi libici, facendo trovare d’accordo per la prima volta sia i sostenitori che gli oppositori del passato regime, ma anche i cittadini di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Apparentemente Perrone non avrebbe detto nulla di preoccupante se non che l’Italia è impegnata a supportare la Libia nel creare le giuste condizioni per le elezioni il prima possibile, aggiungendo che l’emissione di una costituzione solida è la condizione chiave per assicurarsi che le elezioni presidenziali possano effettivamente aiutare la riconciliazione e la stabilità. Il messaggio ha lasciato intendere, ancora una volta, che l’Italia si oppone alle elezioni secondo l’agenda francese, le parti libiche hanno infatti concordato, lo scorso 29 maggio a Parigi, che le elezioni presidenziali e parlamentari dovranno tenersi entro il 10 dicembre. Un’idea che all’Italia proprio non va giù, dopo aver puntato tutto su un Governo non riconosciuto dai libici, quello di Fayez al-Serraj, nascondendosi dietro il fatto che sia quello supportato dalle Nazioni Unite. Così dopo neanche 24 ore dalla trasmissione dell’intervista, diversi libici sono scesi in strada a Tripoli, Zawiya, Sormur, Bengasi e perfino a Sebha, bruciando e calpestando bandiere italiane, dando vita a proteste e reazioni del mondo politico e della società civile per strada e sui social.
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mercoledì 18 luglio 2018

Parla un giovane di Bengasi: "Gheddafi è nel cuore di milioni".

“Scendo in strada a bruciare le bandiere italiane” il giovane Moneim ci racconta la sua rabbia.

Di Vanessa Tomassini.
“Tu sei una vera giornalista? Vorrei che tu scrivessi sul tuo giornale che Muammar Gheddafi resta nel cuore di milioni e milioni di persone, forse dire un milione è dire poco. Mi chiamo Moneim Ould Elfatih e sono di Bengasi. Visto che l’Italia è un paese democratico, voglio che scriva un messaggio agli agenti della Nato. ‘Vivo in un posto dove non possono raggiungermi e uccidermi – diceva Gheddafi – avrete ucciso il mio corpo, ma non sarete in grado di uccidere la mia anima che dimora nei cuori di milioni di persone’. Beh tutto questo era vero e non lo dimenticheremo mai. Ora noi sappiamo che l’Italia vuole la sua fetta di torta, ma non è questo il modo. Siamo molto arrabbiati ed è per questo che siamo scesi in piazza a bruciare il tricolore!”.
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domenica 3 giugno 2018

CAOS LIBIA: Macron usa l'Isis e la crisi dell'Italia per prendersi Tripoli e Bengasi

In Libia torna a colpire il terrorismo islamista mentre il paese rimane rigidamente diviso in due. In questo quadro Macron convoca un vertice per aumentare il proprio potere. MICHELA MERCURI

In Libia (LaPresse) 
In Libia (LaPresse)
Mentre i gruppi terroristi islamisti rialzano la testa con un ennesimo attentato a Bengasi che ha provocato almeno otto vittime, Macron approfitta della situazione di vuoto governativo del nostro paese per fare un ulteriore passo per la "conquista" della Libia. "Il generale Haftar è in grave difficoltà e Bengasi si dimostra ancora una città dove le milizie islamiste non sono mai state sconfitte del tutto" ci dice da Tunisi Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei Paesi mediterranei. Aggiungendo che tra Serraj e lo stesso Haftar nonostante le promesse fatte a Macron nel luglio dello scorso anno non c'è mai stato alcun riavvicinamento e il paese continua a essere diviso. In questo quadro, spiega ancora Mercuri, Macron fa un nuovo passo di propria iniziativa per espropriare l'Italia del suo ruolo in Libia e procurarsi vantaggi di immagine, politici ed economici.

mercoledì 28 febbraio 2018

i criminali di Misurata chiedono 150 milioni ai Tawerga per poter ritornare alle loro case

Libia, ai profughi interni i miliziani chiedono 150 milioni per poter tornare a casa loro
Gli sfollati interni stanno vivendo momenti infernali, in particolare gli abitanti di Tawergha, città fantasma sotto l'amministrazione di Misurata, a circa 38 chilometri di distanza. Durante la guerra civile libica è stata teatro di violenti combattimenti nell'agosto 2011. I cittadini di Tawergha sono in fuga, appunto, dal 2011e la loro aspirazione, nel tempo, è sempre stata quella di tornare nei luoghi delle loro case, del loro lavoro, della loro vita di comunità. Hanno cominciato a mettersi in viaggio, nel rispetto di un accordo con la città di Misurata, promosso dal ministro di Stato per i Migranti e i rifugiati e il Consiglio presidenziale di Fayez al-Serraj. Ma il flusso di ritorno è ora ostacolato da alcune milizie, come il gruppo Haya e una milizia, che fa parte delle forze Bunyan-al Marsus di Misurata.

domenica 18 febbraio 2018

LIBIA – Emergenza umanitaria tra conflitto e migrazioni

20 dicembre 2016 (Di Matteo Gatti).

 La crisi umanitaria in Libia, monitorata da enti quali la United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL) e lo United Nations Office for the Coordination of Human Affairs (UNOCHA), è esplosa con il conflitto in corso e con lo sviluppo dei flussi migratori nell’area mediterranea. La guerra civile e la derivante instabilità politica hanno dato origine al collasso economico ed istituzionale, delle amministrazioni pubbliche e della giustizia: la conseguenza per la popolazione è lo stato di insicurezza, l’esposizione alla violenza, la negazione dell’accesso ai servizi primari. Agli sfollamenti interni a causa degli scontri si aggiungono gli arrivi da altre nazioni africane di migranti, profughi e richiedenti asilo, tra i quali alcuni hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa e altri intendono fermarsi in Libia.
La guerra civile

Come possiamo apprendere anche da un apposito approfondimento dell’Istituto Affari Internazionali, la frattura politica esistente sin dal 2011 è sfociata nel conflitto civile Tobruk-Tripoli nel luglio 2014, riscontro di dinamiche internazionali e spinte geopolitiche più ampie. La situazione libica è riportata dalla BBC, che nella sua timeline mostra come gli scontri si siano concentrati nelle aree di Bengasi, Tripoli, Derna, Sirte e Ras Lanuf.

mercoledì 31 gennaio 2018

Dietro l'attentato di Bengasi la mano lunga di Erdogan


LaPresse  
LaPresse

La Libia torna nel caos terrorismo con uno degli attentati più efferati, oltre trenta morti nella moschea di Bengasi. Chi arma queste milizie islamiste? L'intervista a CARLO JEAN

Chi destabilizza la Libia e di conseguenza l'Italia e l'Europa? L'Isis, al Qaeda? Certamente loro sono la "manodopera" che porta a compimento carneficine come quella alla moschea di Bengasi, oltre trenta morti e dozzine di ferite. Sono anche le truppe "cammellate" che hanno attaccato l'aeroporto di Tripoli alcuni giorni fa. Non c'è differenza infatti, dice il generale Carlo Jean a ilsussidiario.net, tra Haftar e al-Serraj, i due leader che si dividono il paese: "Tutti e due devono fare i conti con una opposizione islamista e radicale che nonostante sia stata definita sconfitta, è invece ben armata e ben organizzata". Chi sostiene questa opposizione? Un nostro alleato della Nato: "La Turchia di Erdogan. Qualche mese fa la Grecia ha sequestrato una nave turca diretta in Libia che conteneva esplosivo per fabbricare bombe". Come quella usata a Bengasi.

lunedì 20 novembre 2017

Haftar, Gheddafi, Salamé: tre uomini chiave per una Libia unita

Il generale che comanda la Cirenaica, il figlio dell'ex rais Saif Al Islam e il nuovo inviato ONU ed ex ministro libanese, potrebbero essere decisivi per una svolta unitaria del paese.

27 giugno 2017 i Alfredo Mantici


Sabato 24 giugno un nuovo tassello si è aggiunto al disegno del generale Khalifa Haftar di conquistare il controllo completo della Libia orientale con l’occupazione pressoché totale della città di Bengasi. Le truppe della Lybian National Army al suo comando, dopo tre anni di dura lotta hanno conquistato il quartiere di Souq Al Hout, una delle ultime posizioni tenute dalla Benghazi Defence Brigade, una milizia islamista che, con l’appoggio finanziario del Qatar, era riuscita nel 2014 ad assumere il controllo della città da cui era partita la alsa rivolta contro Muhammar Gheddafi nel 2011.

La sconfitta degli islamisti di Bengasi probabilmente non è estranea al blocco totale imposto dall’Arabia Saudita, dagli stati del Golfo e dall’Egitto all’Emirato del Qatar, accusato non solo di sostenere il terrorismo islamista e gli estremisti della Fratellanza Musulmana in Nord Africa e Medio Oriente, ma anche di intrattenere ambigui rapporti di cooperazione con il regime sciita degli ayatollah iraniani.

Da due settimane, da quando cioè è stato imposto il blocco a Doha, tutti i flussi di finanziamento clandestino e di sostegno logistico alle milizie che in Libia, Siria e Iraq lottano per l’affermazione del Califfato islamico si sono interrotti. La perdita di Bengasi è una delle prime e più vistose conseguenze di ciò, visto che il generale è alleato privilegiato dell’Egitto del presidente Al Sisi, tra i principali attori regionali della guerra all’Islam salafita e uno degli ispiratori dell’offensiva diplomatico-commerciale contro il Qatar.

Mentre Haftar consolida il suo controllo sulla regione, in nome e per conto della House of Representatives di Tobruk, il parlamento della Cirenaica si ostina a non considerare legittimo il governo retto da Tripoli da Fajez Al Serraj. In questa impasse, le Nazioni Unite hanno deciso di nominare un nuovo inviato speciale nel paese, nel tentativo di dare nuovo impulso al processo di riunificazione delle fazioni che continuano una guerra civile di “bassa intensità” per assumere il pieno controllo della Libia.

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(l’ex inviato ONU in Libia, Martin Kobler)

sabato 4 novembre 2017

Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato, Guida ed Esercito

Mentre la NATO ha deliberatamente falsificato il dossier libico per arrogarsi il diritto di distruggere la Libia e assassinarne la Guida per gettarla nel caos, Sayf al-Islam Gheddafi rimane l’unica personalità capace di unire rapidamente le diverse tribù. Liberato di recente, ha scritto questo memorandum per esaminare la situazione giuridica del suo Paese.
| Tripoli (Libia)  
 

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Questo memorandum mira ad identificare ciò che il popolo libico ha subito negli ultimi sei anni. Questi crimini sono stati commessi in nome dell’interventismo umanitario, della protezione dei civili, dell’introduzione della democrazia e della prosperità. Le forze della NATO, con l’aiuto di certi Stati arabi e di certi libici, attaccarono la Libia con tutti i mezzi a disposizione. Le giustificazioni avanzate erano false quanto quelle per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Fu la distruzione sistematica di un Paese sovrano e di una nazione pacifica. Questa nota tenta di presentare tali crimini alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e alle ONG, al fine di sostenere la Libia e il suo popolo negli innumerevoli sforzi per ricostruire questo piccolo Paese.

lunedì 2 ottobre 2017

Gheddafi, 2011: «La scelta è tra me o Al Qaeda e L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa»

Da Ninco Nanco Blog
Una delle ultime interviste a Gheddafi, 2011.
Laurent Valdiguié , Journal du Dimanche
(traduzione di Daniela Maggioni) riportata sul  Corriere.it 2 nel Marzo 2011.

TRIPOLI – Qual è la situazione oggi?
«Vede… Sono qui…».
Cosa succede?
«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».

domenica 3 settembre 2017

Gheddafiani e LNA avanzano in Libia


Denaro al barile
 
 La Camera dei rappresentanti della Libia, il parlamento che si trova nell’est del Paese, annunciava recentemente la decisione di ritirarsi dall’accordo sulla formazione di una compagnia nazionale unificata (NOC) e il trasferimento dei porti petroliferi a tale ente. La decisione è stata presa dal comitato parlamentare per l’energia. In precedenza, una decisione simile fu presa dal governo temporaneo di A. Abdurahman al-Tani. I parlamentari sollecitano l’esercito a trasferire il controllo dei terminali alle istituzioni che obbediscono alle autorità dell’est. Ricordiamo che il 3 marzo la “mezzaluna” (la costa del Golfo di Sirte) subiva l’attacco massiccio dalle “Brigate di difesa di Bengasi” (BDB). Tale formazione fu creata nell’estate 2016. Il suo scopo era affrontare le autorità orientali fedeli all’Esercito Nazionale Libico (LNA), attualmente sotto il comando del Maresciallo Q. Haftar. I militanti delle BDB riuscivano ad occupare i maggiori terminali petroliferi del Paese, situati sulle coste mediterranee, Ras Lanuf e Sidra. Alla vigilia della decisione della Camera, l’LNA lanciava il contrattacco per scacciare gli islamisti dai porti. L’esercito acquisiva il controllo dei porti, senza prima stabilire a chi trasferirli. Il NOC è guidato da M. Sanala da Tripoli. L’esercito trasferì il controllo sui terminali acquisiti nel settembre 2016 alla NOC, che ha una struttura parallela a Bengasi, subordinata alle autorità orientali anche se fa parte del NOC. Così, Tobruq agiva contro i clan di Tripoli e Misurata, dove gli scontri tribali sono volti a controllare i campi petroliferi e l’esportazione dell’oro nero. Le BDB furono create con denaro del Qatar e supporto logistico di Misurata. Il loro scopo era respingere le forze di Haftar, dato che Misurata non voleva combattere contro l’esercito di Tobruq. Le loro azioni non furono respinte dal primo ministro del Governo dell’Accordo Nazionale (GNA) F. Saraj, impedendo di monopolizzare l’industria petrolifera sotto il controllo di Haftar. Ciò spiega anche l’accordo di Saraj per lo scontro armato delle tribù locali leali, volontari di Tuba e Misurata, contro l’espansione di Haftar nel Fizan. Questa è la lotta tra Parigi e Roma per assicurare il commercio dell’industria petrolifera della Libia alle società francesi o italiane. Un altro passo adottato da Saraj contro il monopolio di Haftar sui campi petroliferi era il concentramento delle operazioni d’esportazione nella NOC guidata da Sanala.

martedì 20 giugno 2017

Viviamo in una realtà parallela: Sai al islam Gheddafi è libero, ma è ricercato dalla CPI

Nei giorni scorsi, Saif al islam Gheddafi è stato liberato dalla milizia di Zintan che lo deteneva, sulla base di una amnistia approvata dal "governo" di Tobruk.

Subito si è scatenata l' orgia di supposizioni, illazioni, dichiarazioni, Saif è a Zintan, no è all' estero, ha dichiarato di sostenere Haftar, no guiderà la resistenza, prenderà il potere. No è a Beida dove vivono alcuni parenti della madre.

Tutte dichiarazioni smentite in un paio di ore da chi è vicino a Saif, ma la cosa veramente ridicola è stata inventata dalla corte penale internazionale.

Libia, corte Aia chiede arresto immediato per figlio di Gheddafi
Seif al Islam liberato in Libia nei giorni scorsi dopo amnistia
Libia, corte Aia chiede arresto immediato per figlio di Gheddafi

martedì 13 giugno 2017

La Libia nel tempo lungo della guerra globale

2 marzo 2016

di Antonio Pio Lancellotti
 
Uno degli effetti più tangibili delle trasformazioni che hanno investito la guerra globale nella contemporaneità è la sua alienazione da qualsiasi forma di dibattito pubblico e politico. Non è un caso che il tema della guerra sia completamente assente nella bagarre elettorale che precede le primarie per le presidenziali statunitensi. Questo è in parte dovuto al neo-isolazionismo che pervade il mondo politico statunitense e che, a partire dal secondo mandato di Obama, ha fatto emergere un nuovo concetto di “interesse nazionale”. Interesse basato sull’aumento della sicurezza interna, sulla protezione dei confini e, dato non secondario, sulla sottrazione del debito pubblico da possibili manovre speculative di potenze straniere, in particolare la Cina.

venerdì 9 giugno 2017

Terrore in Gran Bretagna: che cosa sapeva il Primo Ministro?


DI JOHN  PILGER

 counterpunch.org

Ciò che non si può dire, in campagna elettorale in Gran Bretagna, è proprio questo.
Che le cause dell’attentato di Manchester, in cui 22 persone, perlopiù giovani, sono state uccise da un jihadista, sono tenute nascoste per proteggere i segreti della politica estera britannica.
Domande cruciali, come il motivo per cui i servizi di sicurezza dell’MI5 lasciavano a piede libero cellule terroristiche a Manchester e perché il governo non aveva avvertito i cittadini di quella minaccia tra di loro, rimangono senza risposta, allontanate dalla promessa di un’inchiesta interna.
Salman Abedi, il presunto suicida, faceva parte di un gruppo estremista, il Libyan Islamic Fighting Group [LIFG], che prosperava a Manchester, cresciuto e utilizzato dall’MI5 da oltre 20 anni.

mercoledì 19 aprile 2017

Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia


 Gruppo armato in Libia (foto d'archivio)

10/12/2015
La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la "primavera araba". Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell'Africa, dopo l'uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell'Aviazione della NATO?
L'impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da "veri rivoluzionari". Apparsi dopo l'uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L'esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

martedì 11 aprile 2017

Dalle fosse comuni in Libia alle armi chimiche in Siria: storia delle bufale in Medio Oriente

Dalla Libia alla Siria, di bufale ne sono state raccontate parecchie: l'ultima è quella sull'uso delle armi chimiche a Idlib da parte di Assad.
Si disse poi che anche a Tripoli vi era stata una massiccia rivolta, sanguinosamente repressa dal regime, che nel frattempo stava portando nel paese con appositi voli aerei dei mercenari dall’Africa nera. Solerti testimoni e giornalisti raccontarono che ben sette aerei da caccia avevano sorvolato in circolo la Piazza Verde a bassa quota colpendo gli insorti: peccato che ciò non fosse tecnicamente possibile per degli aerei del genere, e che in tutta la piazza non si vedesse un solo segno d’arma da fuoco. In seguito vennero fatte trovare delle “fosse comuni” in cui gli uomini di Gheddafi, sempre secondo la stampa araba ed occidentale, avevano seppellito le vittime della repressione: e invece era il cimitero dove venivano sepolti gli animali dello zoo di Tripoli.