
In ogni guerra, ancora prima della gente, occorre assassinare la verità. Guerra alla libia: 100000 morti, 240000 persone ancora cercate, 78000 dispersi. 10300 donne violentate, 350000 rifugiati.
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sabato 2 novembre 2019
Sabha, una nuova alleanza minaccia il sud della Libia. Intervista all’On. Mohamed Ajdaied
“La sicurezza a Sabha vive una fase di deterioramento. Ci sono
cellule dormienti di Daesh, sostenute dal Consiglio Presidenziale del
Governo di Accordo Nazionale (GNA). Il problema principale, che la città
e il sud in generale, stanno affrontando è l’alleanza tra l’opposizione
chadiana, Isis ed al-Qaeda, che stanno formando una forza armata nella
regione sotto il nome della tribù dei Tebu”. A parlare è l’On. Mohamed Ajdaied, membro del Parlamento libico, la Camera dei Rappresentanti, da Sabha.


lunedì 9 settembre 2019
Il popolo Libico festeggia i 50 anni della grande rivoluzione di Al Fateh.

il primo Settembre è l'anniversario della rivoluzione di Al Fateh in Libia, con cui il colonnello Muammar Gheddafi prendeva il potere, senza sparare un solo colpo, e sostenuto dal popolo Libico nel 1969.
Quello che è successo dopo lo sappiamo tutti, anni di successi, progressi in tutti i campi nonostante gli embarghi internazionali ed i vari tentativi occidentali di fermare la rivoluzione. Fino al 2011 quando la NATO ed i sui servi/alleati decideva di bombardare la Libia, e di occuparla, oggi dopo 8 anni il popolo Libico è ancora li, nella sua terra, e festeggia i 50 anni della sola, vera unica, rivoluzione.
domenica 12 agosto 2018
Attivisti ed istituzioni chiedono la rimozione dell’ambasciatore Perrone
7 agosto 2018
Di Vanessa Tomassini.
Le dichiarazioni dell’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone, in una intervista al canale “Libya Channel” circa le elezioni, ha infiammato gli animi libici, facendo trovare d’accordo per la prima volta sia i sostenitori che gli oppositori del passato regime, ma anche i cittadini di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Apparentemente Perrone non avrebbe detto nulla di preoccupante se non che l’Italia è impegnata a supportare la Libia nel creare le giuste condizioni per le elezioni il prima possibile, aggiungendo che l’emissione di una costituzione solida è la condizione chiave per assicurarsi che le elezioni presidenziali possano effettivamente aiutare la riconciliazione e la stabilità. Il messaggio ha lasciato intendere, ancora una volta, che l’Italia si oppone alle elezioni secondo l’agenda francese, le parti libiche hanno infatti concordato, lo scorso 29 maggio a Parigi, che le elezioni presidenziali e parlamentari dovranno tenersi entro il 10 dicembre. Un’idea che all’Italia proprio non va giù, dopo aver puntato tutto su un Governo non riconosciuto dai libici, quello di Fayez al-Serraj, nascondendosi dietro il fatto che sia quello supportato dalle Nazioni Unite. Così dopo neanche 24 ore dalla trasmissione dell’intervista, diversi libici sono scesi in strada a Tripoli, Zawiya, Sormur, Bengasi e perfino a Sebha, bruciando e calpestando bandiere italiane, dando vita a proteste e reazioni del mondo politico e della società civile per strada e sui social.

Di Vanessa Tomassini.
Le dichiarazioni dell’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone, in una intervista al canale “Libya Channel” circa le elezioni, ha infiammato gli animi libici, facendo trovare d’accordo per la prima volta sia i sostenitori che gli oppositori del passato regime, ma anche i cittadini di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Apparentemente Perrone non avrebbe detto nulla di preoccupante se non che l’Italia è impegnata a supportare la Libia nel creare le giuste condizioni per le elezioni il prima possibile, aggiungendo che l’emissione di una costituzione solida è la condizione chiave per assicurarsi che le elezioni presidenziali possano effettivamente aiutare la riconciliazione e la stabilità. Il messaggio ha lasciato intendere, ancora una volta, che l’Italia si oppone alle elezioni secondo l’agenda francese, le parti libiche hanno infatti concordato, lo scorso 29 maggio a Parigi, che le elezioni presidenziali e parlamentari dovranno tenersi entro il 10 dicembre. Un’idea che all’Italia proprio non va giù, dopo aver puntato tutto su un Governo non riconosciuto dai libici, quello di Fayez al-Serraj, nascondendosi dietro il fatto che sia quello supportato dalle Nazioni Unite. Così dopo neanche 24 ore dalla trasmissione dell’intervista, diversi libici sono scesi in strada a Tripoli, Zawiya, Sormur, Bengasi e perfino a Sebha, bruciando e calpestando bandiere italiane, dando vita a proteste e reazioni del mondo politico e della società civile per strada e sui social.

mercoledì 8 agosto 2018
Musa Abdul Karim è l’ennesima vittima delle milizie, sulle quali il giornalista stava indagando
2 agosto 2018.
Di Vanessa Tomassini.
Una pista si fa sempre più spazio tra coloro che stanno provando a dare una spiegazione alla barbara uccisione di Abdul Karim Musa, il giornalista trovato morto nel Sud della Libia, a Sebha esattamente, nei pressi dell’Istituto Superiore di Infermieristica.
Secondo il Libyan Center for Freedom Press, ONG che si batte per la libertà d’informazione, il foto reporter 24 enne stava lavorando insieme ad alcuni suoi colleghi sui crimini delle bande armate e sulle milizie locali coinvolte in furti, rapimenti ed omicidi nella città di Sebha. Sarebbero state proprio queste ad uccidere Abdul Karim Musa che ha pagato con la vita la sua voglia di denunciare cosa sta accedendo nella sua città, in quella Libia meridionale di cui troppe volte ci siamo occupati, così desiderosa di aiuto, ma che nello stesso tempo orgogliosamente rifiuta l’intervento straniero, dove tuttavia i civili sono ostaggio degli scontri tribali.
Di Vanessa Tomassini.
Una pista si fa sempre più spazio tra coloro che stanno provando a dare una spiegazione alla barbara uccisione di Abdul Karim Musa, il giornalista trovato morto nel Sud della Libia, a Sebha esattamente, nei pressi dell’Istituto Superiore di Infermieristica.
Secondo il Libyan Center for Freedom Press, ONG che si batte per la libertà d’informazione, il foto reporter 24 enne stava lavorando insieme ad alcuni suoi colleghi sui crimini delle bande armate e sulle milizie locali coinvolte in furti, rapimenti ed omicidi nella città di Sebha. Sarebbero state proprio queste ad uccidere Abdul Karim Musa che ha pagato con la vita la sua voglia di denunciare cosa sta accedendo nella sua città, in quella Libia meridionale di cui troppe volte ci siamo occupati, così desiderosa di aiuto, ma che nello stesso tempo orgogliosamente rifiuta l’intervento straniero, dove tuttavia i civili sono ostaggio degli scontri tribali.
giovedì 5 luglio 2018
Libia, le accuse alla Francia: “Così fanno passare i migranti”
26 giugno 2018, Alessandra Bocchi

Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est del Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.
Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.
Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.
Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.
Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est del Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.
Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.
Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.
Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.
venerdì 28 aprile 2017
Migranti, ora nelle connection house in Libia si paga per mangiare
La drammatica testimonianza
degli ultimi arrivati a Pozzallo: "Due di noi morti di fame e di sete e
abbandonati in strada dagli scafisti". Arrestato un gambiano di 19 anni
di ALESSANDRA ZINITI 22 aprile 2017Adesso nelle connection house in Libia dove i migranti vengono tenuti reclusi prima di imbarcarsi sui gommoni, per mangiare si deve pagare il cibo. Chi non ha soldi da dare ai carcerieri anche per una misera porzione di cibo o un tozzo di pane resta letteralmente digiuno. Sarebbero morti cosi, poco prima della partenza e abbandonati a terra, due giovani ragazzi del centro Africa che avevano sborsato, come tutti gli altri, piu di cinquemila dollari per il viaggio ai trafficanti di uomini.
lunedì 17 aprile 2017
Sabha, il lager dei migranti nel deserto della Libia. Il racconto dei sopravvissuti: "Noi, torturati e derubati"
14 aprile 2017
Lo chiamano il “ghetto di Alì” a Sabha, una fortezza nel deserto nel sud est della Libia, mura alte e filo spinato, miliziani armati di mitragliatrici lungo tutto il perimetro, dentro due gironi danteschi, uno per uomini, l’altro per donne e bambini, dove da mesi vengono tenuti prigionieri un migliaio di migranti, sottoposti a violenze di ogni genere, torture in diretta telefonica con le famiglie rimaste nei villaggi, filmate e inviate per spillare altri soldi. Il mare, il miraggio di quella costa dove sono diretti per imbarcarsi su un gommone fatiscente o su una qualsiasi carretta che li porterà in Italia, è ancora molto ma molto lontano da lì, quasi 800 chilometri. E’ la prigione “privata” dei trafficanti di uomini, impenetrabile e feroce, quella in cui le milizie delle organizzazioni criminali che portano in Europa centinaia di migliaia di migranti, torturano, violentano, stuprano, uccidono senza pietà: qualsiasi cosa pur di incassare, e su banche estere, altri soldi, un riscatto per la vita di uomini, donne e bambini rapiti nel deserto lungo la rotta del centro Africa, Costa d’Avorio-Burkina Faso- Niger-Guinea Bissau, o portati lì con l’inganno da presunti mediatori del viaggio.
Lo chiamano il “ghetto di Alì” a Sabha, una fortezza nel deserto nel sud est della Libia, mura alte e filo spinato, miliziani armati di mitragliatrici lungo tutto il perimetro, dentro due gironi danteschi, uno per uomini, l’altro per donne e bambini, dove da mesi vengono tenuti prigionieri un migliaio di migranti, sottoposti a violenze di ogni genere, torture in diretta telefonica con le famiglie rimaste nei villaggi, filmate e inviate per spillare altri soldi. Il mare, il miraggio di quella costa dove sono diretti per imbarcarsi su un gommone fatiscente o su una qualsiasi carretta che li porterà in Italia, è ancora molto ma molto lontano da lì, quasi 800 chilometri. E’ la prigione “privata” dei trafficanti di uomini, impenetrabile e feroce, quella in cui le milizie delle organizzazioni criminali che portano in Europa centinaia di migliaia di migranti, torturano, violentano, stuprano, uccidono senza pietà: qualsiasi cosa pur di incassare, e su banche estere, altri soldi, un riscatto per la vita di uomini, donne e bambini rapiti nel deserto lungo la rotta del centro Africa, Costa d’Avorio-Burkina Faso- Niger-Guinea Bissau, o portati lì con l’inganno da presunti mediatori del viaggio.
giovedì 8 settembre 2016
il popolo Libico festeggia i 47 anni della rivoluzione di Al Fateh, in Libia ed all' estero
Siamo al primo Settembre 2016, nonostante i 5 anni di occupazione il popolo Libico festeggia in massa il 1 settembre 1969 !
Nonostante i pericoli rappresentati dai RATTI che occupano il paese, che sono sempre pronti ad eliminare con le armi qualsiasi dissenso, e poi perennemente in lotta tra loro il popolo non dimentica la vita condotta prima dell' invasione della NATO nel 2011.
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martedì 19 luglio 2016
Libia: Saif Al Islam Gheddafi ha contatti all' interno ed all' esterno ed oltre 10 città sono pronte a combattere al suo fianco
L' articolo che segue è una parziale traduzione di un articolo in arabo, ripreso da un interessante blog Russo, NON è una traduzione letterale, io non capisco l' arabo o il russo, è solo quello che si capisce usando il traduttore di Google.
Gli articoli originali sono:
Gli articoli originali sono:
mercoledì 16 dicembre 2015
Libia: i gruppi armati segregano le donne accusate di "sostenere il regime di Gheddafi."
Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia
10/12/2015
La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la "primavera araba". Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell'Africa, dopo l'uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell'Aviazione della NATO?
L'impunità
di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da
"veri rivoluzionari". Apparsi dopo l'uccisione di Muammar Gheddafi, non
solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle
infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed
effettuano sequestri di persona. L'esempio è il rapimento nel 2013 del
primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?
sabato 15 agosto 2015
Manifestazioni pro Jamahiriya in tutta la Libia
Posted: 2015-08-10
From: Mathaba
Torna a sventolare la gloriosa bandiera verde della Jamahiriya Araba Socialista in tutta la Libia.
Da Sebha a Sirte decine di manifestazioni popolari hanno voluto gridare il loro sdegno per la vergognosa condanna a morte di Saif Qaddafi.
From: Mathaba
Torna a sventolare la gloriosa bandiera verde della Jamahiriya Araba Socialista in tutta la Libia.
Da Sebha a Sirte decine di manifestazioni popolari hanno voluto gridare il loro sdegno per la vergognosa condanna a morte di Saif Qaddafi.
sabato 8 agosto 2015
Manifestazioni in tutta la Libia ed all' estero contro la "sentenza" dei RATTI di Tripoli
Il 28 luglio 2015, finalmente si concludeva la farsa del "processo" contro Saif al islam Gheddafi, e gli altri esponenti dell' UNICO legittimo governo Libico: quello della jamahiriya.
La farsa iniziava nel 2011, dopo l' occupazione militare della Libia da parte dei soliti noti, USA, Gran Bretagna, NATO, senza dimenticare l' Italia serva.
Normalmente gli " esportatori di democrazia" quando occupano un paese pensano subito ad eliminare gli ex dirigenti per via giudiziaria, ( se non lo hanno fatto prima).
Il "processo" si dimostrava subito una farsa, gli imputati non conoscevano i capi di imputazione, se non dopo mesi, intanto le condizioni di detenzione erano disumane, carceri segreti, torture, nel tentativo di estorcere false confrssioni. Gli imputati non potevano neanche parlare con i loro avvocati difensori, gli stessi avvocati venivano minacciati. Sedute in videoconferenza, della durata di pochi minuti, basta pensare come può funzionare internet in Libia, dopo 8 mesi di bombardamenti NATO al tappeto nel 2011, e dopo 4 anni di scontri quotidiani tra RATTI venuti da fuori ad occupare il paese. Un solo testimone come accusa, saltato fuori in modo improbabile all' ultimo minuto, ovviamente la difesa non ha potuto controinterrogarlo. Appena un giorno prima del "verdetto" gli imputati, hanno denunciato di essere stati avvelenati, ( un tentativo di eliminarli mal riuscito, un avvertimento ? cosa altro ? ).
La farsa iniziava nel 2011, dopo l' occupazione militare della Libia da parte dei soliti noti, USA, Gran Bretagna, NATO, senza dimenticare l' Italia serva.
Normalmente gli " esportatori di democrazia" quando occupano un paese pensano subito ad eliminare gli ex dirigenti per via giudiziaria, ( se non lo hanno fatto prima).
Il "processo" si dimostrava subito una farsa, gli imputati non conoscevano i capi di imputazione, se non dopo mesi, intanto le condizioni di detenzione erano disumane, carceri segreti, torture, nel tentativo di estorcere false confrssioni. Gli imputati non potevano neanche parlare con i loro avvocati difensori, gli stessi avvocati venivano minacciati. Sedute in videoconferenza, della durata di pochi minuti, basta pensare come può funzionare internet in Libia, dopo 8 mesi di bombardamenti NATO al tappeto nel 2011, e dopo 4 anni di scontri quotidiani tra RATTI venuti da fuori ad occupare il paese. Un solo testimone come accusa, saltato fuori in modo improbabile all' ultimo minuto, ovviamente la difesa non ha potuto controinterrogarlo. Appena un giorno prima del "verdetto" gli imputati, hanno denunciato di essere stati avvelenati, ( un tentativo di eliminarli mal riuscito, un avvertimento ? cosa altro ? ).
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mercoledì 18 marzo 2015
La Libia alla mercè dei trafficanti improvvisati
Sempre più criminali senza alcuna esperienza organizzano partenze con cattivo tempo, su gommoni sgonfi e con motore logoro.
giovedì 12 marzo 2015
di Nancy Porsia
Lo avevamo conosciuto lo scorso dicembre nel centro di detenzione di Zawiya, con un martello in mano riverso sulle ginocchia, ai piedi dell'enorme serbatoio d'acqua che stava mettendo in piedi sul tetto di uno dei centri di detenzione per migranti illegali in Libia. Aveva bussato alle porte della prigione per recuperare suo fratello minore Ibrahim disperso da due mesi, che altri ragazzi del Gambia gli avevano detto essere lì.
giovedì 12 marzo 2015
di Nancy Porsia
Lo avevamo conosciuto lo scorso dicembre nel centro di detenzione di Zawiya, con un martello in mano riverso sulle ginocchia, ai piedi dell'enorme serbatoio d'acqua che stava mettendo in piedi sul tetto di uno dei centri di detenzione per migranti illegali in Libia. Aveva bussato alle porte della prigione per recuperare suo fratello minore Ibrahim disperso da due mesi, che altri ragazzi del Gambia gli avevano detto essere lì.
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martedì 27 gennaio 2015
"Vieni a combattere in Libia". La nuova campagna di reclutamento di Is che spaventa l'Italia
20 gennaio 2015 di Giulia Aubry
La Siria ti sembra troppo lontana? Allora vieni a combattere in Libia! Quella che all’inizio sembrava una iniziativa nata spontaneamente tra i simpatizzanti di Isis per favorire la diffusione del Califfato anche nel NordAfrica, è stata ufficialmente sposata dallo Stato Islamico e dal suo “braccio armato” mediatico, Al Hayat Media che vi ha immediatamente apposto il suo logo.
La campagna per “spostare” i combattenti dello Stato Islamico nel paese nordafricano - devastato da una guerra interna, e a soli 355 km dalle nostre coste - è partita qualche giorno fa con l’hashtag (in arabo) #LaMigrazioneVersoloStatoIslamicoinLibia. A corredo dei tweet compaiono immagini e banner di propaganda da diffondere viralmente nel web 2.0 e, soprattutto, alcune mappe della Libia. Su queste cartine sono evidenziati tutti i punti di possibile accesso al paese attraverso quello che appare come un confine privo di qualsiasi controllo, soprattutto nella zona sud.
La Siria ti sembra troppo lontana? Allora vieni a combattere in Libia! Quella che all’inizio sembrava una iniziativa nata spontaneamente tra i simpatizzanti di Isis per favorire la diffusione del Califfato anche nel NordAfrica, è stata ufficialmente sposata dallo Stato Islamico e dal suo “braccio armato” mediatico, Al Hayat Media che vi ha immediatamente apposto il suo logo.
La campagna per “spostare” i combattenti dello Stato Islamico nel paese nordafricano - devastato da una guerra interna, e a soli 355 km dalle nostre coste - è partita qualche giorno fa con l’hashtag (in arabo) #LaMigrazioneVersoloStatoIslamicoinLibia. A corredo dei tweet compaiono immagini e banner di propaganda da diffondere viralmente nel web 2.0 e, soprattutto, alcune mappe della Libia. Su queste cartine sono evidenziati tutti i punti di possibile accesso al paese attraverso quello che appare come un confine privo di qualsiasi controllo, soprattutto nella zona sud.
venerdì 23 gennaio 2015
Libia: i combattimenti causano nuovi flussi migratori
18/1/2015
In Libia, dall'inizio dell'anno è in atto una recrudescenza dei combattimenti in diverse città e paesi nella zona orientale, tra cui Bengasi, e ciò ha provocato un incremento delle migrazioni forzate. Molte persone sono dovute fuggire per la quarta o quinta volta, rendendo i numeri difficili da stimare. Tuttavia, nella sola Bengasi il consiglio locale riferisce che sono circa 90.000 le persone che non sono in grado di tornare a casa.
In Libia 400mila sfollati
Le migrazioni forzate si sono concentrate nelle zone di Bengasi, di Derna, e vicino al Golfo di Sirte a Ben Jawad e Ras Lanuf. Questa è solo una delle zone della Libia in cui si verificano fughe di massa. In tutto il Paese si stima che vi siano circa 400.000 persone sfollate. Inoltre, la Libia ospita circa 37.000 rifugiati e richiedenti asilo di nazionalità diverse le cui condizioni umanitarie sono sempre più precarie.
In Libia, dall'inizio dell'anno è in atto una recrudescenza dei combattimenti in diverse città e paesi nella zona orientale, tra cui Bengasi, e ciò ha provocato un incremento delle migrazioni forzate. Molte persone sono dovute fuggire per la quarta o quinta volta, rendendo i numeri difficili da stimare. Tuttavia, nella sola Bengasi il consiglio locale riferisce che sono circa 90.000 le persone che non sono in grado di tornare a casa.
In Libia 400mila sfollati
Le migrazioni forzate si sono concentrate nelle zone di Bengasi, di Derna, e vicino al Golfo di Sirte a Ben Jawad e Ras Lanuf. Questa è solo una delle zone della Libia in cui si verificano fughe di massa. In tutto il Paese si stima che vi siano circa 400.000 persone sfollate. Inoltre, la Libia ospita circa 37.000 rifugiati e richiedenti asilo di nazionalità diverse le cui condizioni umanitarie sono sempre più precarie.
mercoledì 7 gennaio 2015
Libia a ferro e fuoco
30 Dec2014 By Graziella Giangiulio
Dieci persone sono state uccise e altre 15 sono state ferite giovedì notte in un'esplosione in un deposito di munizioni appartenenti all'esercito nella zona Barak, che si trova nell'estremo sud della Libia. Fonte: il governatore militare delle regioni meridionali della Libia.
Il governatore militare, Mohammed Zahabi, ha detto che nelle regioni meridionali della Libia (Fezzan) «almeno dieci persone sono state uccise e altre 15 ferite in seguito a un'esplosione in un deposito di munizioni e armi nella zona di Barak», che si trova a circa 60 km a nord della città di Sabha. Ha spiegato che un «gruppo sconosciuto ha tentato uno sconfinamento nel magazzino che ha provocato questo sfortunato incidente». Altri incidenti sono successi la scorsa settimana provocati da uomini armati non identificati, sui tre depositi di armi e munizioni da basi e accampamenti disseminati nella zona e hanno saccheggiato molte munizioni e di armi e sono fuggiti, secondo la stessa fonte.
Dieci persone sono state uccise e altre 15 sono state ferite giovedì notte in un'esplosione in un deposito di munizioni appartenenti all'esercito nella zona Barak, che si trova nell'estremo sud della Libia. Fonte: il governatore militare delle regioni meridionali della Libia.
Il governatore militare, Mohammed Zahabi, ha detto che nelle regioni meridionali della Libia (Fezzan) «almeno dieci persone sono state uccise e altre 15 ferite in seguito a un'esplosione in un deposito di munizioni e armi nella zona di Barak», che si trova a circa 60 km a nord della città di Sabha. Ha spiegato che un «gruppo sconosciuto ha tentato uno sconfinamento nel magazzino che ha provocato questo sfortunato incidente». Altri incidenti sono successi la scorsa settimana provocati da uomini armati non identificati, sui tre depositi di armi e munizioni da basi e accampamenti disseminati nella zona e hanno saccheggiato molte munizioni e di armi e sono fuggiti, secondo la stessa fonte.
mercoledì 12 febbraio 2014
Libia, sicurezza nel caos
L'ennesima evasione da un carcere rivela lo sbando della sicurezza interna al Paese
Andrea Ranelletti Mercoledì 5 Feb 2014, 17:44
Un Nordafrica in difficoltà continua a guardare con timore all’involuzione del percorso post-rivoluzionario della Libia, Paese che giorno dopo giorno assiste impotente al deterioramento delle proprie istituzioni e della situazione della sicurezza interna. Nuovi tasselli si aggiungono quotidianamente al mosaico dell’instabilità libica, aumentando il senso di sfiducia di una cittadinanza estenuata e in preda al timore. Una violenza diffusa e cieca si sta insinuando tra le pieghe della realtà giornaliera, determinando il collasso dello stato di diritto e la penetrazione dell’illegalità nel cuore del Paese.
Andrea Ranelletti Mercoledì 5 Feb 2014, 17:44
Un Nordafrica in difficoltà continua a guardare con timore all’involuzione del percorso post-rivoluzionario della Libia, Paese che giorno dopo giorno assiste impotente al deterioramento delle proprie istituzioni e della situazione della sicurezza interna. Nuovi tasselli si aggiungono quotidianamente al mosaico dell’instabilità libica, aumentando il senso di sfiducia di una cittadinanza estenuata e in preda al timore. Una violenza diffusa e cieca si sta insinuando tra le pieghe della realtà giornaliera, determinando il collasso dello stato di diritto e la penetrazione dell’illegalità nel cuore del Paese.
sabato 8 febbraio 2014
Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia
febbraio 1, 2014
Eventi politico-militari in Libia nel gennaio 2014
Il 9 gennaio elementi armati della tribù Tubu di Murzuq avevano assaltato la stazione di polizia di Tragan, a 140 km a sud di Sabha, per scovare e uccidere il capo della brigata al-Haq, Mansur al-Aswad, vicecomandante militare di Sabha, in rappresaglia per i crimini commessi dalla sua milizia, Abu Sayf, negli scontri del 2012, sempre a Sabha. Il 18 gennaio, un gruppo della Resistenza aveva occupato la base aerea di Taminhant, a 30 km ad est di Sabha, lasciandola poi alle truppe Tubu del Consiglio militare di Murzuq, guidato dal colonnello Barqa Warduqo, per poi riconsegnarla alle unità della Resistenza. Il 16 gennaio precedente, elementi della 25.ma Brigata, composta da Tubu e che controllava la centrale elettrica di Sarir, nell’oasi di Jalu, Massala e gli impianti petroliferi al-Shula nella Libia orientale, subivano un agguato dove tre soldati furono uccisi. Il comandante Muhammad Salah riteneva che gli aggressori fossero gli stessi che nel dicembre 2013 tentarono di assaltare Sarir, in cui cinque di loro furono uccisi. Gli operai della centrale di Sarir smisero di recarsi al lavoro, causando blackout a Tripoli e a Bengasi. Presso Agheila, sulla costa nord-occidentale della Libia, la milizia di Zawiya si scontrava con la tribù Warshafana. Gli islamisti di Misurata e i miliziani di Zintan intervenivano in supporto dei miliziani di Zawiya, il 20 gennaio, ma dovettero ritirarsi il 21 gennaio dopo aver subito 18 morti ad opera della guerriglia dei Warshafana filo-Jamahiriya. Scontri per il controllo dell’oasi di Qufra, tra Tubu e i Zuwaya del CNT, si ebbero sempre il 20 gennaio. Altri scontri venivano registrati anche a Zintan, Jamil, Raqdalin, Surman, Misurata, Abu Isa, Harish, Zahra, Tarhuna, Bani Walid, Sirte, Aghedabia, Marsa al-Briga, Ras Lanuf, Bin Jawad, al-Uqaylat, Saluq, Tobruq e nei quartieri di Abu Salim e Ain Zara a Tripoli. Scontri a fuoco a Bengasi, presso il palazzo di giustizia, mentre l’incendio nella centrale elettrica di Muzdawzha provocava dei blackout. L’ambasciata libica a Cairo alzava la bandiera della Jamahiriya e il personale riconosceva il sostegno alla Resistenza e chiedeva aiuto alle autorità di sicurezza egiziane.
Eventi politico-militari in Libia nel gennaio 2014
Il 9 gennaio elementi armati della tribù Tubu di Murzuq avevano assaltato la stazione di polizia di Tragan, a 140 km a sud di Sabha, per scovare e uccidere il capo della brigata al-Haq, Mansur al-Aswad, vicecomandante militare di Sabha, in rappresaglia per i crimini commessi dalla sua milizia, Abu Sayf, negli scontri del 2012, sempre a Sabha. Il 18 gennaio, un gruppo della Resistenza aveva occupato la base aerea di Taminhant, a 30 km ad est di Sabha, lasciandola poi alle truppe Tubu del Consiglio militare di Murzuq, guidato dal colonnello Barqa Warduqo, per poi riconsegnarla alle unità della Resistenza. Il 16 gennaio precedente, elementi della 25.ma Brigata, composta da Tubu e che controllava la centrale elettrica di Sarir, nell’oasi di Jalu, Massala e gli impianti petroliferi al-Shula nella Libia orientale, subivano un agguato dove tre soldati furono uccisi. Il comandante Muhammad Salah riteneva che gli aggressori fossero gli stessi che nel dicembre 2013 tentarono di assaltare Sarir, in cui cinque di loro furono uccisi. Gli operai della centrale di Sarir smisero di recarsi al lavoro, causando blackout a Tripoli e a Bengasi. Presso Agheila, sulla costa nord-occidentale della Libia, la milizia di Zawiya si scontrava con la tribù Warshafana. Gli islamisti di Misurata e i miliziani di Zintan intervenivano in supporto dei miliziani di Zawiya, il 20 gennaio, ma dovettero ritirarsi il 21 gennaio dopo aver subito 18 morti ad opera della guerriglia dei Warshafana filo-Jamahiriya. Scontri per il controllo dell’oasi di Qufra, tra Tubu e i Zuwaya del CNT, si ebbero sempre il 20 gennaio. Altri scontri venivano registrati anche a Zintan, Jamil, Raqdalin, Surman, Misurata, Abu Isa, Harish, Zahra, Tarhuna, Bani Walid, Sirte, Aghedabia, Marsa al-Briga, Ras Lanuf, Bin Jawad, al-Uqaylat, Saluq, Tobruq e nei quartieri di Abu Salim e Ain Zara a Tripoli. Scontri a fuoco a Bengasi, presso il palazzo di giustizia, mentre l’incendio nella centrale elettrica di Muzdawzha provocava dei blackout. L’ambasciata libica a Cairo alzava la bandiera della Jamahiriya e il personale riconosceva il sostegno alla Resistenza e chiedeva aiuto alle autorità di sicurezza egiziane.
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venerdì 7 febbraio 2014
La guerra segreta in Libia
gennaio 23, 2014
Eric Draitser Global Research, 22 gennaio 2014
Le battaglie che attualmente infuriano nel sud della Libia non sono semplici scontri tribali. Invece, rappresentano la possibile nascente alleanza tra gruppi etnici neri libici e forze pro-Gheddafi intente a liberare il Paese dal governo neocoloniale installato dalla NATO. Il 18 gennaio, un gruppo di combattenti pesantemente armati ha preso d’assalto una base aerea presso la città di Sabha nella Libia meridionale, espellendo le forze fedeli al “governo” del primo ministro Ali Zaydan e occupando la base. Allo stesso tempo, iniziano a filtrare notizie dal Paese secondo cui la bandiera verde della Gran Giamahiria Araba Libica Socialista Popolare sventola su un certo numero di città nel Paese. Nonostante la scarsità di informazioni verificabili, il governo di Tripoli ha fornito solo dettagli vaghi e non confermati, una cosa è certa: la guerra in Libia continua.
Eric Draitser Global Research, 22 gennaio 2014
Le battaglie che attualmente infuriano nel sud della Libia non sono semplici scontri tribali. Invece, rappresentano la possibile nascente alleanza tra gruppi etnici neri libici e forze pro-Gheddafi intente a liberare il Paese dal governo neocoloniale installato dalla NATO. Il 18 gennaio, un gruppo di combattenti pesantemente armati ha preso d’assalto una base aerea presso la città di Sabha nella Libia meridionale, espellendo le forze fedeli al “governo” del primo ministro Ali Zaydan e occupando la base. Allo stesso tempo, iniziano a filtrare notizie dal Paese secondo cui la bandiera verde della Gran Giamahiria Araba Libica Socialista Popolare sventola su un certo numero di città nel Paese. Nonostante la scarsità di informazioni verificabili, il governo di Tripoli ha fornito solo dettagli vaghi e non confermati, una cosa è certa: la guerra in Libia continua.
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giovedì 6 febbraio 2014
Cosa succede in Libia?
gennaio 21, 2014
Eventi militari in Libia: dicembre 2013 – gennaio 2014
A Bengasi, dal 24 al 26 novembre 2013, le forze speciali dell’esercito del CNT si scontrarono con gli islamisti del gruppo salafita jihadista Ansar al-Sharia, dopo che avevano attaccato le forze di sicurezza locali causando almeno 14 morti e decine di feriti. Nella città di Derna, altra roccaforte islamista, aggressori non identificati facevano esplodere gli uffici utilizzati dalle organizzazioni non governative. Il 1 dicembre decine di manifestanti avevano bloccato diverse strade bruciando pneumatici e invocato lo sciopero per porre fine all’anarchia in città, e il 2 dicembre ignoti spararono contro i manifestanti ferendone almeno quattro. In precedenza un gruppo denominato brigata Abu Baqr al-Sidiqi aveva affisso dei volantini che minacciavano chiunque manifestasse contro gli islamisti. Intanto al-Qaida costituiva l’emirato di Derna guidato da Abdelqarim al-Hasadi, ex-detenuto di Guantanamo. Al-Hasadi era un aiutante del capo di al-Qaida di al-Bayda, Qairallah al-Barasi. A Bengasi, un militare veniva ucciso e una clinica collegata ad Ansar al-Sharia veniva distrutta.
Eventi militari in Libia: dicembre 2013 – gennaio 2014
A Bengasi, dal 24 al 26 novembre 2013, le forze speciali dell’esercito del CNT si scontrarono con gli islamisti del gruppo salafita jihadista Ansar al-Sharia, dopo che avevano attaccato le forze di sicurezza locali causando almeno 14 morti e decine di feriti. Nella città di Derna, altra roccaforte islamista, aggressori non identificati facevano esplodere gli uffici utilizzati dalle organizzazioni non governative. Il 1 dicembre decine di manifestanti avevano bloccato diverse strade bruciando pneumatici e invocato lo sciopero per porre fine all’anarchia in città, e il 2 dicembre ignoti spararono contro i manifestanti ferendone almeno quattro. In precedenza un gruppo denominato brigata Abu Baqr al-Sidiqi aveva affisso dei volantini che minacciavano chiunque manifestasse contro gli islamisti. Intanto al-Qaida costituiva l’emirato di Derna guidato da Abdelqarim al-Hasadi, ex-detenuto di Guantanamo. Al-Hasadi era un aiutante del capo di al-Qaida di al-Bayda, Qairallah al-Barasi. A Bengasi, un militare veniva ucciso e una clinica collegata ad Ansar al-Sharia veniva distrutta.
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