In ogni guerra, ancora prima della gente, occorre assassinare la verità. Guerra alla libia: 100000 morti, 240000 persone ancora cercate, 78000 dispersi. 10300 donne violentate, 350000 rifugiati.
Il 9 marzo 2020, la Camera d’appello della Corte penale
internazionale (“ICC” o “Corte”) ha confermato all’unanimità la
ricevibilità della causa contro Saif Al-Islam Gheddafi dinanzi alla
Corte e ha respinto il suo ricorso contro la Camera preliminare I decisione che respinge la sua contestazione sull’ammissibilità della presente causa.
La Camera di appello ha ricordato che la Corte è “complementare alle
giurisdizioni penali nazionali”. Un caso è inammissibile quando una
persona “è già stata processata” e
nessuna persona “che è stata processata da un altro tribunale” per
crimini sotto la giurisdizione della CPI deve essere processata dalla
CPI in relazione allo stesso comportamento. Nel riesaminare la
decisione della Camera di prova, la Camera di ricorso non ha riscontrato
alcun errore e ha concordato con la sua interpretazione dello Statuto
di Roma, indicando che la decisione emessa da una giurisdizione
nazionale deve essere definitiva prima che un caso possa essere
dichiarato irricevibile.
Di Vanessa Tomassini. Bengasi, 5 giugno 2019 –“Ho iniziato a
pubblicare le notizie riguardanti gruppi estremisti e terroristi su
Facebook e Twitter a partire dal 2012, quando la città era sotto il
controllo dei jihadisti. Ho sempre utilizzato fonti locali, rispettando
l’anonimato, perché in quel periodo non potevo espormi in prima persona.
Nel 2014 hanno anche provato ad uccidermi, nessuno poteva mettere
nemmeno un mi piace su Facebook perché sarebbe stato ammazzato. Ho
documentato l’operazione dignità, al-Karama, fin dal suo lancio da parte
del comando generale del Libyan National Army (LNA), lavorando come
giornalista indipendente attraverso i social network. A partire dal 15
ottobre 2014, quando l’esercito è entrato ufficialmente qui a Bengasi,
ho cominciato a lavorare come cronista con l’LNA per documentare quanto
stava accadendo considerando che non era presente alcun canale che
supportasse le operazioni militari. I miei account social sono diventati
dei mezzi di informazione, fino a quando nel 2015 abbiamo creato un
giornale chiamato Alwaqt News, a cui collaboravano redattori, fotografi e
grafici. Abbiamo fatto tutto ciò volontariamente, senza venir
retribuiti, solamente per mostrare al mondo con chi stavamo combattendo.
Ho sempre rifiutato di collaborare con qualsiasi agenzia. Ho sempre
raccontato tutto ciò che accadeva, compresi gli aspetti negativi, anche
ciò che l’opinione pubblica non accettava. La maggior parte della gente
sa che io supporto l’esercito, ma ho sempre documentato la verità anche
quando alcuni canali affermavano che l’esercito perdeva questa o quella
zona. Per questo la gente si è fidata di me. Dopo che la guerra è
terminata ho ricevuto una mail nel mio account Yahoo dalla cancelleria
della Corte Penale Internazionale (CPI)”.
Il ministro della Difesa
sudanese ha annunciato la rimozione e la detenzione di Omar al-Bashir.
Una decisione presa sotto la pressione popolare che solleva
interrogativi sul futuro del capo di stato destituito.
Il presidente sudanese Omar al-Bashir, che è stato al potere per tre
decenni, è stato deposto dall'esercito dopo un movimento di protesta
popolare. L'11 aprile il ministro della Difesa Awad Ahmed Benawf ha
parlato alla televisione di stato: "Annuncio, come ministro della
Difesa, la caduta del regime e la detenzione in un luogo sicuro del suo
capo." Questo annuncio segue i numerosi eventi che il paese ha
conosciuto per diversi mesi.
Omar al-Bashir, che ha preso il potere nel 1989 con un colpo di stato,
ha visto la sua autorità in discussione dopo la decisione presa del
governo di triplicare il prezzo del pane 19 dicembre 2018. E 'inoltre
aveva dichiarato lo stato di emergenza nazionale il 22 febbraio. Nella
sua dichiarazione, Awad Ahmed Benawf ha riferito che un "consiglio
militare di transizione" succederà al presidente deposto per almeno due
anni. Ha inoltre approvato la chiusura delle frontiere e dello spazio
aereo sudanese fino a nuovo avviso, così come in tutto il paese il
cessate il fuoco, compreso il Darfur.
«Saif
al Islam intende partecipare al Forum nazionale libico che l’inviato
dell’Onu Ghassam Salame intende organizzare già per gennaio prossimo.
Una grande assemblea di riconciliazione mirata a preparare le elezioni
politiche, che dovrebbero aver luogo entro la primavera del 2019. È un
cittadino libico, dal 2011 non ha mai abbandonato il nostro Paese. Ha
ogni diritto di concorrere per forgiarne il futuro».
Il messaggio del principale erede politico di Muammar Gheddafi arriva
forte e chiaro. «Non sono morto, come falsamente asserisce qualcuno. E
neppure mi ritiro nella clandestinità e la fuga. Tutt’altro. Noi
Gheddafi siamo stati estromessi ingiustamente dall’intervento militare
della Nato e da forze illegali, che se non fosse stato per i raid
stranieri avremmo facilmente battuto.
a cura di Vanessa Tomassini –
Il portavoce della Corte Penale Internazionale (CPI), Fadi El
Abdallah, ha dichiarato durante un’intervista al nostro giornale,
realizzata all’Aia in questi giorni, che se il figlio preferito del
defunto leader libico, Saif al- Islam Gheddafi, vincesse le prossime
elezioni presidenziali “per la Cpi non cambierebbe nulla e si troverebbe
nella stessa situazione, in quanto la Corte ha emesso un mandato di
arresto per il signor Gheddafi e continua a chiedere che si arrenda e si
consegni. Il procuratore ha ribadito ciò al Consiglio di Sicurezza,
chiedendo di aiutare le autorità libiche affinché collaborino meglio e
rispettino l’ordine emesso dai giudici”. Il portavoce ha anche aggiunto
che “il signor Gheddafi non è stato condannato, anzi è innocente fino a
prova contraria”, è necessario che l’imputato si consegni alla corte
“affinché i giudici dopo un giusto procedimento, stabiliscano se è
colpevole o innocente”. Come avviene nelle migliori aule di tribunale
ora la parola passa alla difesa, in un incontro esclusivo con l’avvocato
storico della famiglia Gheddafi, Khaled al-Zaidy.
Dal caso Bettencourt all'arbitrato
Tapie, la magistratura francese è stata sempre costretta a seguire con
attenzione la carriera dell'ex presidente
di Veronique Virgilio
21 marzo 2018,08:29
Il fermo di Nicolas Sarkozy
a Nanterre rientra nel capitolo dei finanziamenti illeciti alla sua
campagna elettorale del 2007, ma i guai giudiziari dell'ex presidente
francese, tra denunce, inchieste, rinvii a giudizio e archiviazioni,
sono molto più ampi:
Finanziamenti illegali dalla Libia
Da aprile 2013 la giustizia francese
indaga su finanziamenti illegali del regime libico di Muammar Gheddafi a
sostegno della corsa all'Eliseo di Sarkozy nel 2007. Sulla base di
centinaia di documenti e testimonianze è emerso un vero e proprio
"sistema Sarkozy", una rete di personalità francesi e libiche coinvolte
direttamente e indirettamente nei finanziamenti, ormai tutte
identificate. Un caso complesso che racchiude interessi politici,
diplomatici ed economici, con numerose zone d'ombra.
Alla fine di ottobre 2017, Saif Gheddafi ha diffuso in tutto il mondo “I crimini atroci contro il popolo libico”, memorandum del dott. Saif al-Islam Gheddafi [Che potrete leggere in lingua inglese cliccando qui , oppure qui NDR]: i nostri telegiornali e quotidiani ne hanno parlato?
Saif è uno dei figli superstiti del colonnello Mu’ammar Gheddafi,
Guida e Comandante della Rivoluzione della Libia. Quando Gheddafi prese
il potere, instaurò dapprima una dittatura militare, poi si avvicinò al
socialismo arabo ispirato da Gamāl ʿAbd al-Nāṣir Ḥusayn, politico, militare e Presidente della Repubblica egiziana.
a cura di Vanessa Tomassini – “Il dottor Saif al-Islam Gheddafi sta bene e apparirà in pubblico
e ai media secondo il suo programma per portare tutto il popolo libico
ad un tavolo. Lui ora sta discutendo di questo con le tribù. Il vero
processo politico è con i libici e le forze patriottiche. Il processo di
dialogo a Tunisi, dove si discute sull’accordo di Skhirat, tiene conto
delle persone che riconoscono la legittimità delle Nazioni Unite, non
del popolo libico. Ciò che sta accadendo viene fatto per interessi
personali e per rubare i soldi dei libici, questa non è la reale
soluzione e il popolo libico non si aspetta nulla da questo processo.
Saif al-Islam Gheddafi gode del grande supporto dei libici e delle
tribù. È l’unico in grado di riportare la sicurezza nel Paese”. A dire questo a Notizie Geopolitiche
è Khaled al-Zaidy, portavoce e rappresentante legale del dottor Saif
al-Islam Gheddafi, il titolo è importante sottolinearlo vista la laurea
del figlio preferito del compianto rais, conseguita alla celebre
Università di Economia di Londra.
L’erede quindi della Jamahiriya araba libica è in buona salute ed è
pronto, come era stato anticipato sulle nostre pagine, a riprendere in
mano la situazione, ma quello che tutti si stanno chiedendo è come potrà
aggirare la condanna della Corte Internazionale di Giustizia di cui,
come ci ha ricordato il nostro ambasciatore a Tripoli Perrone,
l’Italia è un Paese fondatore. A tal proposito il portavoce della Corte
Internazionale (Cpi) ha detto a questo giornale che “i giudici hanno
riconosciuto gli sforzi della Libia per ripristinare lo stato di
diritto. Tuttavia la Camera ha concluso che la Libia non era in grado di
svolgere correttamente il processo a Gheddafi e ha scoperto che le
prove presentate non sono sufficienti per ritenere che il tribunale
libico e le indagini della CPI possano coprire lo stesso caso. Il 21
maggio 2014 la Camera d’appello Cpi ha confermato la decisione della
Camera Preliminare, dichiarando chiuso il caso contro Saif Al-Islam
Gheddafi. La Libia ha ancora l’obbligo di cooperare con la Cpi
nell’arresto e la consegna immediata del sig. Gheddafi alla Corte”.
Abbiamo fatto vedere questo dialogo a Khaled al-Zaidy, che ci ha
spiegato la linea difensiva del suo assistito e i prossimi progetti
della “Spada dell’Islam”.
Mentre
la NATO ha deliberatamente falsificato il dossier libico per arrogarsi
il diritto di distruggere la Libia e assassinarne la Guida per gettarla
nel caos, Sayf al-Islam Gheddafi rimane l’unica personalità capace di
unire rapidamente le diverse tribù. Liberato di recente, ha scritto
questo memorandum per esaminare la situazione giuridica del suo Paese.
Questo memorandum mira ad identificare ciò che il
popolo libico ha subito negli ultimi sei anni. Questi crimini sono stati
commessi in nome dell’interventismo umanitario, della protezione dei
civili, dell’introduzione della democrazia e della prosperità. Le forze
della NATO, con l’aiuto di certi Stati arabi e di certi libici,
attaccarono la Libia con tutti i mezzi a disposizione. Le
giustificazioni avanzate erano false quanto quelle per l’invasione
dell’Iraq nel 2003. Fu la distruzione sistematica di un Paese sovrano e
di una nazione pacifica. Questa nota tenta di presentare tali crimini
alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e
alle ONG, al fine di sostenere la Libia e il suo popolo negli
innumerevoli sforzi per ricostruire questo piccolo Paese.
Il consorzio di cui fa parte L'Espresso ha
avuto accesso a 40mila documenti riservati sulla Corte Penale
Internazionale, il tribunale contro i crimini di guerra basato a l'Aia.
Ecco in breve che cosa raccontano le carte
di EIC
The Court Secrets è un nuovo progetto di EIC (European Investigative Collaborations),
il network di giornalismo investigativo di cui fa parte L'Espresso, che
nei mesi scorsi ha già pubblicato dossier come MaltaFiles e Football
Leaks. Questa volta l'inchiesta riguarda Luis Moreno Ocampo, primo procuratore-capo della Corte Penale Internazionale (ICC), il tribunale creato dall'Onu per giudicare i crimini di guerra.
Gli articoli pubblicati dalle testate che partecipano ad EIC sono basati su 40.000 documenti
tra cui conti finanziari, cablo diplomatici e corrispondenza. Il tutto
verificato attraverso controlli incrociati con fonti aperte. Questi
documenti, ottenuti da Mediapart (Francia) e condivisi con i membri di
EIC, mettono in luce il modo in cui Ocampo ha profondamente alterato e screditato il Tribunale internazionale, istituito da 124 paesi per perseguire autori di genocidi, crimini contro l'umanità e più in generale crimini di guerra .
L'ex procuratore capo della Corte penale
internazionale de l'Aia è stato azionista di quattro sigle registrate in
paradisi fiscali. Una delle quali attiva proprio quando l'avvocato
argentino guidava le indagini contro i criminali di guerra
di Stefano Vergine e EIC Network - Indagine di Sven Becker (Der Spiegel)
Il 15 agosto 2012, due mesi
dopo aver lasciato il posto di procuratore capo presso la Corte Penale
Internazionale, l'avvocato argentino Luis Moreno Ocampo riceve un
bonifico da 50 mila dollari sul suo conto presso la banca olandese Abn
Amro. Il denaro arriva dalla Svizzera, ma a ordinare il trasferimento è
stata la Tain Bay Corporation, una società registrata a Panama. Non sarà
l'ultimo bonifico proveniente dal Centro America. Nei mesi successivi,
sempre via Svizzera, la società panamense trasferisce infatti altri
140mila dollari sul conto di Ocampo. Chi si nasconde dietro la Tain Bay
Corporation? Secondo i documenti ottenuti da Mediapart e analizzati dal
consorzio di giornalismo investigativo Eic, rappresentato in Italia da
L'Espresso, dietro la Tain Bay Corporation ci sono Ocampo e sua moglie. E
questa non è l'unica società offshore dell'ex procuratore della Corte
internazionale de l'Aia.
Dopo aver diretto le indagini della Corte
Penale Internazionale, il giurista argentino si è messo a lavorare per
una delle fazioni del conflitto. Quella del generale che controlla la
Cirenaica. Ben sapendo degli orrori commessi dai suoi uomini sul campo
di Stefano Vergine e EIC Network - Indagine di Hanneke Chin-A-Fo, NRC
29 settembre 2017
È stato uno dei magistrati più
importanti al mondo: il primo procuratore capo dell'Icc, la Corte
penale internazionale de L'Aia, il tribunale creato dall'Onu per
giudicare i crimini di guerra. Ma Luis Moreno Ocampo, argentino classe
1952, non è solo questo. Migliaia di documenti ottenuti dalla testata
online francese Mediapart e analizzati dal consorzio giornalistico Eic,
di cui fa parte L'Espresso, permettono di svelare retroscena inediti
sull'uomo che per nove anni ha diretto le più importanti indagini sui
crimini di guerra. A partire dalle sue società offshore, scatole basate in paradisi fiscali e usate per movimentare soldi, anche durante il suo mandato all'Icc.
Studiando le carte, il consorzio giornalistico Eic ha ricostruito una
vicenda che interessa da vicino l'Italia. Una storia che riguarda la
Libia, nazione che Ocampo conosce bene avendo condotto le indagini che
portarono nel giugno del 2011 a spiccare mandati d'arresto contro
Muhammar Gheddafi, suo figlio Saif al-Islam e il capo dei servizi
segreti militari, Abdullah al Senussi. Una volta lasciato l'incarico al
Tribunale de l'Aia, l'avvocato sudamericano si è messo in proprio. Ha
ottenuto un contratto da 3 milioni di dollari per offrire consulenza
legale all'uomo d'affari libico Hassan Tatanaki, con l'obiettivo
ufficiale di portare "la pace nel Paese nordafricano".
Nei giorni scorsi, Saif al islam Gheddafi è stato liberato dalla milizia di Zintan che lo deteneva, sulla base di una amnistia approvata dal "governo" di Tobruk.
Subito si è scatenata l' orgia di supposizioni, illazioni, dichiarazioni, Saif è a Zintan, no è all' estero, ha dichiarato di sostenere Haftar, no guiderà la resistenza, prenderà il potere. No è a Beida dove vivono alcuni parenti della madre.
Tutte dichiarazioni smentite in un paio di ore da chi è vicino a Saif, ma la cosa veramente ridicola è stata inventata dalla corte penale internazionale.
Libia, corte Aia chiede arresto immediato per figlio di Gheddafi
Seif al Islam liberato in Libia nei giorni scorsi dopo amnistia