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giovedì 18 aprile 2019

La destituzione di Omar al-Bashir: cosa è successo in Sudan?

Il ministro della Difesa sudanese ha annunciato la rimozione e la detenzione di Omar al-Bashir. Una decisione presa sotto la pressione popolare che solleva interrogativi sul futuro del capo di stato destituito.


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Il presidente sudanese Omar al-Bashir, che è stato al potere per tre decenni, è stato deposto dall'esercito dopo un movimento di protesta popolare. L'11 aprile il ministro della Difesa Awad Ahmed Benawf ha parlato alla televisione di stato: "Annuncio, come ministro della Difesa, la caduta del regime e la detenzione in un luogo sicuro del suo capo." Questo annuncio segue i numerosi eventi che il paese ha conosciuto per diversi mesi.




Omar al-Bashir, che ha preso il potere nel 1989 con un colpo di stato, ha visto la sua autorità in discussione dopo la decisione presa del governo di triplicare il prezzo del pane 19 dicembre 2018. E 'inoltre aveva dichiarato lo stato di emergenza nazionale il 22 febbraio. Nella sua dichiarazione, Awad Ahmed Benawf ha riferito che un "consiglio militare di transizione" succederà al presidente deposto per almeno due anni. Ha inoltre approvato la chiusura delle frontiere e dello spazio aereo sudanese fino a nuovo avviso, così come in tutto il paese il cessate il fuoco, compreso il Darfur.

lunedì 14 gennaio 2019

Bambini soldato del Darfur combattono per i sauditi nello Yemen

di Guido Keller –
Dopo la denuncia del New York Times di qualche giorno fa dell’impiego da parte della coalizione a guida saudita nello Yemen di bambini soldato importati dal Darfur, continuano a fioccare video e testimonianze che mettono in imbarazzo i vertici militari e la stessa casa reale Saud. Nel suo articolo David D. Kirkpatrick ha riportato quanto riferitogli da miliziani sudanesi, arrivando ad indicare in 480 dollari il soldo di un 14enne sudanese senza esperienza impiegato nel conflitto dello Yemen, stipendio puntualmente pagato in ryal, mentre uno con esperienza porterebbe a casa 530 dollari. A queste somme si aggiungerebbero tra i 185 e i 285 dollari per ogni mese in cui vi è un impiego diretto nei combattimenti, cioè in prima linea, oltre all’una tantum di circa 10mila dollari versati nella Faisal Islamic Bank of Sudan, in parte di proprietà dei sauditi.
Secondo il rapporto del Nyt i minorenni reclutati soprattutto in Darfur e nelle altre regioni povere del Sudan ed arruolati come soldati sarebbero fra il 20 e il 40 per cento dei 14mila sudanesi impiegati nel conflitto dello Yemen, iniziato nel gennaio 2015 con il golpe degli houthi e che è già costato decine di migliaia di vittime soprattutto civili, epidemie e carestie.

domenica 11 novembre 2018

Il Boom dei contractors in Africa

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L’Africa ha sempre rappresentato un teatro d’operazioni e banco di prova per mercenari e Compagnie Militari e di Sicurezza Private (PMSC). Negli ultimi mesi ed anni, però le loro gesta sono trapelate da ogni angolo del continente, a ritmi sempre più incalzanti.
Si pensi alla Nigeria e alla guerra contro Boko Haram, alla Libia e confronto tra milizie locali, all’antiterrorismo nel Sahel, agli addestratori russi in Repubblica Centrafricana e Sudan, cinesi per la “One Belt One Road” (la via della Seta), ai  tedeschi in Ruanda ed ucraini un po’ dappertutto.
Per concludere: Erik Prince, presumibilmente al servizio di ENI ed Exxonmobil in Mozambico (che però hanno smentito categoricamente). Questi alcuni dei tasselli dell’attuale “Scramble for Africa” privato – o meglio, ibrido.

sabato 23 giugno 2018

Quando Gino Strada incassava 39 mln di euro, soldi anche dal regime islamista di Khartoum

Gino Strada incassa 39 mln di euro, soldi anche dal regime islamista di Khartoum.

L’associazione di Strada nasconde le donazioni dall’Italia e dall’estero – Il fatto che accetti milioni di euro di contributi dal regime islamista di Khartoum desta da tempo parecchie perplessità – Anche la posizione sui fatti di Parigi di Strada secondo cui gli assalti sarebbero il prezzo inevitabile delle politiche europee solleva più di un dubbio rispetto all’impegno di neutralità dell’associazione…

Dino Bondivalli per “Libero Quotidiano”
Quello che ha suscitato più polemiche sono i finanziamenti arrivati dal Governo del Sudan, il cui presidente Omar Al-Bashir è inseguito ormai dal 2009 da un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’ umanità commessi durante il conflitto del Darfur.

martedì 19 settembre 2017

La Francia ed i suoi servi stanno preparando una nuova guerra in Libia


La partita Italia-Francia si gioca nel Sud della Libia

di Vanessa Tomassini –
“Milizie di opposizione del Ciad e le milizie di opposizione sudanesi, con alcuni mercenari istigati dai Tabbou e dalla Francia, stanno mobilitando grandi forze al fine di attaccare i campi petroliferi, raffinerie di petrolio, pozzi d’acqua, miniere d’oro; occupando molte città e organizzando l’immigrazione clandestina, nel sud della Libia”. A dirci queste cose è Ahmed, abbiamo deciso di chiamarlo così per tutelare la sua privacy. Ahmed, funzionario della sicurezza, ci scrive proprio da una di quelle città sul confine sud libico, dove la connessione internet è molto lenta. Ci parla senza tanti problemi di una “guerra che sta per scoppiare sotto l’egida dello Stato francese”.
Ahmed adora l’Italia, ha letto i nostri pezzi e ci dà qualche notizia di ciò che sta succedendo nel sud della Libia, dove Ghassan Salamè, inviato delle Nazioni Unite per la crisi libia, non è riuscito ad andare e di cui i media difficilmente parlano. Ci spiega che “l’Italia era presente nel sud del Paese già nel 2011 con le forze di Misurata. Poi la Francia ha inviato le milizie ciadiane, sudanesi e i mercenari”.

martedì 29 agosto 2017

Sei anni dopo: Libia – campo di battaglia tra occidente ed Eurasia


Alessandro Lattanzio, 25/3/2011 

Il ruolo dell’islamismo radical-coloniale e della sinistra brezinskiana occidentale
Quella che si sta svolgendo nel mondo arabo, in questi mesi, è senza dubbio frutto di una lunga e ben pianificata campagna di disgregazione del processo di formazione del Continentalblock Eurasiatico. Il culmine, al momento, di questa operazione, è senza dubbio l’aggressione armata alla Libia da parte della NATO.
L’operazione sembra essere, e probabilmente è, un parto degli strateghi brzezinskiani. Non va dimenticato che Brzezinski è il mentore ideologico-culturale di Barack Hussein Obama. E probabilmente l’elezione di Obama stesso rientra in questa operazione; Obama forse non è neanche cittadino statunitense, su ciò aleggiano più che fondati sospetti, e forse è anche collegato a quell’ambito ideologico-religioso arabo mobilitato, in questi mesi, per avviare i cosiddetti processi di ‘democratizzazione’ nel Mondo Arabo. Ma tutto ciò non ha impedito la sua elezione alla presidenza USA. Una figura liberale, come lui appare, era necessaria per attirare i voti della popolazione statunitense delusa dalla politica criminale della fazione neocon-ultrasionista della banda Cheney-Rumsfeld-Perle. Il liberalismo di sinistra ed ecologico, propagandato da Obama, serviva anche a raccogliere intorno alla futura, e oggi attuata, nuova politica interventista armata statunitense, il consenso della ‘sinistra’ occidentale, pro-occidentale e occidentalizzante: socialdemocratici ed ecologisti europei, progressisti nordamericani, asiatici ed arabi, e financo folkloristici residui ‘comunistoidi’, sono la nuova base popolare, di massa, che Washington ha ammassato e sui cui ha posto l’artiglieria massmediatica guerrafondaia (ma camuffata dai soliti infingimenti umanitari) col cui rombo coprire quello dei cacciabombardieri e dei Tomahwak che straziano la Libia oggi. Già il golpe orchestrato contro l’Honduras, e quello fallito contro l’Ecuador, dimostrano che Obama e il suo entourage non hanno altro scopo che portare avanti, con accenti rinnovati, la stessa vecchia politica di dominio ed espansione imperialista degli USA.

martedì 15 agosto 2017

Per quelli che… rimandiamoli in Libia

9 agosto 2017
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Storie per un’Europa più vecchia e gretta quanto più benestante e indifferente. Storie per noi, popolo di santi, poeti e navigatori secondo Benito Mussolini, mentre aggrediva l’Abissinia, e per i Francesi avvolti nella grandeur della Liberté Egalité Fraternitè del continuato saccheggio dell’Africa…

Gebreel ha 28-anni, è nato sulle Montagne di Nuba in Sudan, dove il padre fu ucciso in un conflitto locale. E’ arrivato in Libia nel 2014 sperando di guadagnare qualcosa da mandare a casa. I primi tre anni sono stati difficili a causa del caos che consuma il paese, poi la vita è diventata un inferno.
E’ stato rapito da una banda che si riprometteva di incassare il riscatto e p
er un anno detenuto in una fredda e insalubre cantina. Poiché non aveva mezzi per pagarsi la libertà, i rapitori lo hanno torturato: gli spegnevano le sigarette sul corpo, lo tenevano ginocchioni fino a che la pelle si squarciava, gli hanno sparato a un piede, con la conseguente perdita di un dito, e obbligato a rivolgersi alla famiglia. Ma essendo Gebreel stesso l’unico sostegno di un nucleo di sei persone, nessuno ha potuto dargli aiuto.
Quando è stato finalmente rilasciato, ha deciso di rischiare la vita cercando di raggiungere l’Europa. Credeva che sarebbe stato al sicuro, che avrebbe trovato un lavoro per mantenere i suoi laggiù. Non è così: Gebreel da un mese dorme sotto un ponte nella parte nord di Ventimiglia, come migliaia di altri di migranti che hanno rischiato la vita in mare e ora sono bloccati in Italia.
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Gebreel

venerdì 7 luglio 2017

Corsa all’oro in Libia e Ciad: ecco come si finanziano i trafficanti



Giordano Stabile 3 luglio 2017

Roma - C’è anche una disperata corsa all’oro dietro il caos nel Sud della Libia e nei Paesi confinanti che spinge centinaia di migliaia di migranti verso le coste del Mediterraneo. La corsa è iniziata poco prima dell’inizio della guerra civile, nel 2011, ma col collasso dello Stato libico ha creato un calderone dove si mischiano milizie jihadiste, trafficanti e cercatori che inseguono una ricchezza impossibile nel deserto.
E che quando la vena si esaurisce si ritrovano senza mezzi, cibo, acqua in città fantasma sorte dal nulla. Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e Tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai Paesi dell’Africa nera confinante.

lunedì 26 giugno 2017

I figli dei combattenti dell’Isis si sono riuniti alle proprie famiglie in Libia

20 giugno 2017


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Il bambino più piccolo ha appena un anno mentre il più grande ne ha compiuti nove

Dopo essere stati salvati e affidati a un’istituzione correttiva in Libia, 8 bambini, figli di miliziani sudanesi dell’Isis, sono stati restituiti alle loro famiglie in Sudan. “Le madri sono detenute e i padri sono morti o dispersi”, ha dichiarato il brigadiere generale Al-Tigany Ibrahim ai giornalisti all’arrivo dei bambini all’aeroporto di Khartoum .

domenica 25 giugno 2017

Chi sono i trafficanti di esseri umani in Libia



Chi sono i trafficanti di esseri umani in Libia

Scritto da 20 giugno 2017

GENOVA - Vi è una totale (e voluta) disinformazione riguardo al traffico di migranti dalla Libia. Oggi è stato arrestato il nigeriano John Ogais detto “Rambo”, accusato di aver torturato, seviziato e ucciso migranti nei campi gestiti dai trafficanti libici.

mercoledì 31 maggio 2017

Libia, chi c’è dietro il massacro di Brak al-Shati

24 maggio 2017


di Rocco Bellantone
Il massacro nella base aerea di Brak al-Shati rischia di far deragliare sul nascere la prima intesa per la risoluzione libica raggiunta lo scorso 2 maggio ad Abu Dhabi tra il premier del Governo di Accordo Nazionale Faiez Al Serraj e il generale Khalifa Haftar. Le 140 vittime del 18 maggio scorso, per lo più soldati Libyan National Army (LNA) ma anche civili, verranno infatti presto vendicate dalle forze agli ordini di Haftar con altri spargimenti di sangue.

I fatti

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La base aerea di Brak al-Shati si trova 650 chilometri a sud rispetto a Tripoli, nel distretto di Wadi al-Shati nella regione del Fezzan. Dal dicembre scorso è sotto il controllo del Libyan National Army, la principale forza militare libica agli ordini del generale Haftar. Nell’attacco del 18 maggio sono state uccise oltre 140 persone, in prevalenza soldati del 12° battaglione, oltre a decine di civili. L’offensiva è stata improvvisa. I militari dell’LNA sono stati colti alla sprovvista, colpiti nel momento in cui rientravano alla base al termine di una parata militare.

lunedì 26 dicembre 2016

“Mered? In Libia è un re”. Pentito racconta il “generale” del traffico di migranti

21 dicembre 2016


“Medhane è un re in Libia, è molto rispettato”. A raccontarlo ai magistrati della Procura di Roma è l’eritreo Seifu Haile, 28 anni, estradato nel 2014 dalla Svezia e oggi detenuto a Rebibbia, dove sta scontando una condanna in primo grado a 10 anni e 8 mesi per traffico di esseri umani. La sua collaborazione con la giustizia è alla base dell’indagine romana condotta dal procuratore Carlo Lasperanza, che da diversi anni è alla caccia del ‘generale’ Medhane Yehdego Mered.
Nel corso dell’udienza di lunedì 19 novembre, alla Quarta sezione penale di Palermo, è stato depositato il verbale di Seifu che scagionerebbe il connazionale Medhanie Tesfamariam Berhe, detenuto al Pagliarelli e accusato di essere il vero Mered.
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Il collaboratore di giustizia, nel verbale del maggio 2015, racconta ai magistrati di essere entrato a far parte dell’organizzazione di Mered dopo un lungo e travagliato viaggio costato 1600 dollari, partendo nel 2013 dall’Eritrea, e passando per Etiopia, Sudan e Libia. Durante un trasferimento insieme ad altri 200 migranti, in un container diretto a Tripoli, alcuni miliziani lo sequestrano a Gasr Garabulli. Chiedono per la liberazione 1200 dollari, chi non può pagare ha la possibilità di chiamare al cellulare uno ‘smuggler’, un trafficante, che faccia da garante per la loro. “Sono stato fortunato che Medhane ha comprato la mia vita, – si legge nella deposizione di Seifu – di tanta gente non si è più saputo nulla a Garabulli, ti torturano fino alla morte o ti rivendono, lascio immaginare a voi cosa fanno alle donne”.

venerdì 23 dicembre 2016

Mine, Unmas: “Non solo Libia, è allarme in Africa”


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ROMA – “Libia, Mali e Sudan, sono questi i Paesi africani dove bisogna impegnarsi di più“: a parlare con la Dire è Abigail Hartley, capo della sezione politica di Unmas, l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina il contrasto alle mine antiuomo. Il colloquio comincia dall’ultimo rapporto dell’International Campaign to Ban Landimines (Icbl).
Un documento allarmante, che conferma un incremento del 25 per cento del numero dei morti e dei feriti causati dalle mine e dagli ‘Ied’, acronimo inglese per ordigni improvvisati. Secondo Hartley, l’incremento è dovuto a più fattori. Pesa anzitutto l’impiego sempre più diffuso degli ‘Ied’, responsabili di circa il 20 per cento delle 6461 vittime del 2015.

venerdì 9 settembre 2016

Libia, ecco le prove del traffico d'organi

Paolo Lambruschi
21 agosto 2016

Traffico d’organi sui migranti che passano dalla Libia. Diversi magistrati italiani, in particolare la Procura palermitana stanno conducendo indagini grazie alle rivelazioni di un trafficante pentito. Ora, per la prima volta, da Milano un testimone qualificato, un medico, conferma di aver visto una vittima di questo immondo mercato e ha scritto al nostro giornale perché si prendesse coscienza di questa realtà mostruosa.

domenica 22 maggio 2016

Adesso ti spiegano che "non manderemo uomini in Libia, solo addestratori".

Armi alla Libia contro l'Isis: "L'Italia addestrerà le truppe, ma nessuna missione"
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Armi alla Libia contro l'Isis: "L'Italia addestrerà le truppe, ma nessuna missione"


La situazione è ancora molto complicata e la partita è tutta da giocare, ma dal vertice di Vienna emerge l'accordo sulla parziale revoca dell'embargo Onu sulle armi. E' totalmente esclusa, invece, l'ipotesi di una missione militare sul terreno in Libia
Armi alla Libia contro l'Isis: "L'Italia addestrerà le truppe, ma nessuna missione"
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Armi alla Libia contro l'Isis: "L'Italia addestrerà le truppe, ma nessuna missione"
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L'accordo c'è, ed è pressoché totale. Pieno sostegno al governo di unità nazionale; possibile revoca parziale dell'embargo Onu sulle armi; necessità di includere il generale Haftar nel processo di stabilizzazione della Libia. E, soprattutto, nessun militare straniero sul terreno.
Tanta carne al fuoco, posizioni con sfumature diverse, ma accordo unanime. Almeno sulla carta. Strada lunga e tortuosa, certo. E neppure troppe illusioni sul fatto che i buoni propositi espressi ieri attorno al tavolo dei negoziati sulla Libia, a Vienna, trovino conferma in azioni concrete.

mercoledì 17 febbraio 2016

I ribelli del Darfur combattono in Libia

12 febbraio 2016

Il Ministero degli Esteri del Sudan sostiene che dei gruppi ribelli del Darfur sono coinvolti nel conflitto libico e li ha accusati di cercare di raggiungere i propri interessi personali.

"Il Ministero degli Esteri sudanese condanna con la massima fermezza gli attacchi contro la città di Kufra da parte del cosiddetto Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza (JEM) ed il Movimento per la Liberazione del Sudan (SLM)," ha affermato il portavoce del ministero Ali al-Sadiq in una dichiarazione rilasciata giovedì.

Al-Sadiq ha, ulteriormente, condannato "coloro che stanno dietro a questi gruppi e a cui forniscono denaro e armi per minacciare la pace e la sicurezza (in Sudan) e per servire i (loro) interessi ed ambizioni personali".

mercoledì 12 agosto 2015

Di corsa sotto la Manica

7 agosto 2015

L’avesse fatto un qualsiasi uomo dei primati, più o meno leciti, sarebbe entrato nei Guinness. Ad Abdul Rahman Haroun, sudanese neanche tanto giovane, quarant’anni, l’impresa è costata un arresto e una denuncia da parte della polizia britannica che gli ha contestato ”danneggiamenti” alla circolazione. Circolazione dei treni che gli sferragliavano a 100, 130, 160 chilometri orari. Certo Abdul ha rischiato di morire perché lì sotto procedeva - camminando o correndo - al buio o quasi, rasente al muro, sballottato dai risucchi d’aria. Ma lui l’ha fatto, per cinquanta chilometri, azzardando sicuramente più dei compagni di ventura che si celano sotto i camion per cercare di transitare nel vagheggiato Regno Unito.

martedì 28 luglio 2015

Migranti, SkyNews: ecco la mente del traffico dalla Libia

24 luglio 2015

Sarebbe un etiope di nome Ermias Ghermay una delle menti del traffico di esseri umani dalla Libia, secondo un'inchiesta di Sky News che cita la polizia italiana e il pm Geri Ferrara (scritto 'Gerry' nell'articolo).

Secondo la corrispondete speciale Alex Crawford, la polizia italiana «ha intercettato diverse telefonate tra Ghermay e i suoi luogotenenti, una delle quali lo collega direttamente al naufragio al largo di Lampedusa dell'ottobre 2013 in cui morirono 366 persone».

venerdì 24 luglio 2015

Così gli immigrati si inventano le persecuzioni per ottenere l'asilo

Un funzionario svizzero per l'immigrazione: "Tutti i profughi raccontano la stessa storiella. Basterebbe poco per smascherarli"

Claudio Cartaldo - Sab, 18/07/2015 - 12:17
Gli immigrati che arrivano in Europa non sono tutti profughi. Anzi. Molti di loro si inventano storie di vessazioni e sofferenze patite nel loro paesi che in realtà non hanno mai subito.

Lo ha raccontato alla Weltwoche un funzionario della segreteria di Stato della migrazione in Svizzera. Sono sopratutto gli eritrei ad inventarsi storie. Sempre le stesse, tanto che l'addetto è certo ci sia una sorta di passaparola tra immigrati che tentano di imbrogliare le autorità per ottenere il diritto di asilo.

mercoledì 15 luglio 2015

Scafista pentito racconta: “Un barcone vale 500mila €, migranti poi verso nord”

Pubblicato il 6 luglio 2015 09:49

di Redazione Blitz

PALERMO – Mezzo milione di euro, questo il valore di un singolo barcone di migranti. Poi, una volta arrivati in Italia, vengono smistati verso il nord. A raccontare l’immigrazione clandestina è Nuredin Atta Wehabrebi, uno scafista eritreo di 30 anni e pentito. Lo scafista arrivò in Italia come profugo di guerra tra il 2006 e il 2007, poi fu arrestato e condannato per favoreggiamento della immigrazione clandestina. Scontata la pena, Wehabrebi è tornato libero e ha iniziato a lavorare con il Patronato per l’accompagnamento dei clandestini: da trafficante di uomini a pentito che racconta come la tratta funzioni e aiuta le autorità a fermarla.