Nella prima parte dell’analisi ci siamo concentrati sulle dinamiche e sulle responsabilità del golpe che nel novembre del 2011 portò alla caduta di Silvio Berlusconi. Sia Mario Monti che il suo successore, Enrico Letta, appartengono all’establishment finanziario “liberal”, di cui le riunioni del gruppo Bilderberg sono forse l’appuntamento più famoso. Nel frattempo gli stessi ambienti necon e del Likud israeliano che già sostenevano Silvio Berlusconi, scaldano il loro nuovo uomo: è Matteo Renzi, che nel dicembre 2013 conquista la segreteria del PD. Per convincere un riluttante Giorgio Napolitano alla seconda forzatura della prassi costituzionale in poco più di due anni, è rivangato una prima volta il golpe del 2011: il Presidente della Repubblica cede dopo pochi giorni. Infine, altre verità su quel colpo di Palazzo riaffiorano oggi, grazie a Wikileaks, quando Matteo Renzi è allo stremo e si respira aria dell’ennesimo cambio di regime: perché? E chi si cela dietro il sito di Julian Assange?
In ogni guerra, ancora prima della gente, occorre assassinare la verità. Guerra alla libia: 100000 morti, 240000 persone ancora cercate, 78000 dispersi. 10300 donne violentate, 350000 rifugiati.
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martedì 24 maggio 2016
Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte II)
Nella prima parte dell’analisi ci siamo concentrati sulle dinamiche e sulle responsabilità del golpe che nel novembre del 2011 portò alla caduta di Silvio Berlusconi. Sia Mario Monti che il suo successore, Enrico Letta, appartengono all’establishment finanziario “liberal”, di cui le riunioni del gruppo Bilderberg sono forse l’appuntamento più famoso. Nel frattempo gli stessi ambienti necon e del Likud israeliano che già sostenevano Silvio Berlusconi, scaldano il loro nuovo uomo: è Matteo Renzi, che nel dicembre 2013 conquista la segreteria del PD. Per convincere un riluttante Giorgio Napolitano alla seconda forzatura della prassi costituzionale in poco più di due anni, è rivangato una prima volta il golpe del 2011: il Presidente della Repubblica cede dopo pochi giorni. Infine, altre verità su quel colpo di Palazzo riaffiorano oggi, grazie a Wikileaks, quando Matteo Renzi è allo stremo e si respira aria dell’ennesimo cambio di regime: perché? E chi si cela dietro il sito di Julian Assange?
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domenica 10 agosto 2014
In Libia proclamato l’emirato Islamico. Ecco quando il Pd esultava per la caduta di Gheddafi
4 agosto 2014
Non so se lo sapete, ma in Libia, e più precisamente a Bengasi, i jihadisti hanno avuto la meglio su quello che resta dello Stato libico post-Gheddafi (nulla, praticamente), proclamando l’Emirato Islamico. Qualcosa di estremamente pericoloso. Ciò significa che se prima ci atterriva l’idea di un qualcosa di simile in Afghanistan o Iraq, ora ce l’abbiamo dietro casa. In pratica il fondamentalismo islamico è arrivato in Sicilia, dove si sta espandendo a macchia d’olio anche grazie a coloro che si infiltrano sui barconi pieni di profughi e clandestini che arrivano sulle nostre coste.
Non so se lo sapete, ma in Libia, e più precisamente a Bengasi, i jihadisti hanno avuto la meglio su quello che resta dello Stato libico post-Gheddafi (nulla, praticamente), proclamando l’Emirato Islamico. Qualcosa di estremamente pericoloso. Ciò significa che se prima ci atterriva l’idea di un qualcosa di simile in Afghanistan o Iraq, ora ce l’abbiamo dietro casa. In pratica il fondamentalismo islamico è arrivato in Sicilia, dove si sta espandendo a macchia d’olio anche grazie a coloro che si infiltrano sui barconi pieni di profughi e clandestini che arrivano sulle nostre coste.
mercoledì 26 marzo 2014
"Così l'Italia fa fare affari alle milizie islamiste"
I pericoli sulla rotta dalla Libia. Un funzionario rivela: "Traffico d'uomini in mano a un capo filo Al Qaida". GUARDA IL REPORTAGE
Gian Micalessin - Gio, 20/03/2014 - 08:44
da Tripoli
«Dall'inizio dell'anno gli sbarchi in Italia hanno raggiunto livelli senza precedenti (14mila ad oggi ndr). In Libia stanno arrivando frotte di clandestini e migranti provenienti da zone dell'Estremo Oriente che in precedenza non avevano alcun interesse per queste rotte.
E dietro a quelli già sbarcati ci sono quelli in attesa.
Gian Micalessin - Gio, 20/03/2014 - 08:44
da Tripoli
«Dall'inizio dell'anno gli sbarchi in Italia hanno raggiunto livelli senza precedenti (14mila ad oggi ndr). In Libia stanno arrivando frotte di clandestini e migranti provenienti da zone dell'Estremo Oriente che in precedenza non avevano alcun interesse per queste rotte.
E dietro a quelli già sbarcati ci sono quelli in attesa.
venerdì 14 febbraio 2014
Domenico Moro e le scottanti verità sul gruppo Bilderberg.
Per conoscere meglio natura e strategia del gruppo Bilderberg, un’ intervista allo scrittore che ha messo alla berlina quelle ricche elite complottiste transnazionali che, pur non essendo elette da nessuno né delegate da alcuna autorità pubblica, agiscono in modo segreto per sovradeterminare i destini del mondo.
Cos’ è il club Bilderberg e cos’è la Trilateral?
Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale sono le due più importanti organizzazioni della classe capitalistica transnazionale, ovvero lo strato superiore del capitalismo mondiale. I loro incontri annuali mettono in contatto i vertici del mondo economico (multinazionali industriali e banche internazionali), con i vertici del mondo politico e istituzionale (capi di Stato e di governo, ministri economici, commissari europei, responsabili delle banche centrali) e del mondo culturale (think tank, università, fondazioni e centri di studio). Il Club Bilderbeg, nato nel 1954, ha un carattere “atlantico”, riunendo personalità che provengono da Usa, Canada ed Europa occidentale. La Trilaterale nasce nel 1973 come filiazione del Bilderberg, con l’intento di allargare la partecipazione alle élite capitalistiche non occidentali, prima al Giappone e poi ad altri Stati come la Corea del Sud, l’Indonesia, l’Australia, il Messico. L’importanza delle due organizzazioni è testimoniata dal fatto che numerosi primi ministri e alti burocrati italiani ed europei, prima di diventare tali, hanno ricevuto una sorta di imprimatur dai due gruppi o ne sono stati dirigenti. Ad esempio, Tommaso Padoa-Schioppa, Giulio Tremonti, e Mario Draghi hanno partecipato agli incontri annuali del Bilderberg, mentre Romano Prodi e Mario Monti hanno fatto parte del suo comitato direttivo. Enrico Letta è stato dirigente della Trilaterale e l’anno prima di essere nominato premier partecipò all’incontro del Bilderberg.
Cos’ è il club Bilderberg e cos’è la Trilateral?
Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale sono le due più importanti organizzazioni della classe capitalistica transnazionale, ovvero lo strato superiore del capitalismo mondiale. I loro incontri annuali mettono in contatto i vertici del mondo economico (multinazionali industriali e banche internazionali), con i vertici del mondo politico e istituzionale (capi di Stato e di governo, ministri economici, commissari europei, responsabili delle banche centrali) e del mondo culturale (think tank, università, fondazioni e centri di studio). Il Club Bilderbeg, nato nel 1954, ha un carattere “atlantico”, riunendo personalità che provengono da Usa, Canada ed Europa occidentale. La Trilaterale nasce nel 1973 come filiazione del Bilderberg, con l’intento di allargare la partecipazione alle élite capitalistiche non occidentali, prima al Giappone e poi ad altri Stati come la Corea del Sud, l’Indonesia, l’Australia, il Messico. L’importanza delle due organizzazioni è testimoniata dal fatto che numerosi primi ministri e alti burocrati italiani ed europei, prima di diventare tali, hanno ricevuto una sorta di imprimatur dai due gruppi o ne sono stati dirigenti. Ad esempio, Tommaso Padoa-Schioppa, Giulio Tremonti, e Mario Draghi hanno partecipato agli incontri annuali del Bilderberg, mentre Romano Prodi e Mario Monti hanno fatto parte del suo comitato direttivo. Enrico Letta è stato dirigente della Trilaterale e l’anno prima di essere nominato premier partecipò all’incontro del Bilderberg.
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mercoledì 25 dicembre 2013
In Libia affari di 480 miliardi di dollari per l’Italia
15/12/2013
Giacomo Pugliese* «La Libia può rappresentare un’opportunità di prim’ordine per molti settori produttivi oltre all'energia e alla sicurezza. I costi della ricostruzione, infatti, sono stimati fino...
«La Libia può rappresentare un’opportunità di prim’ordine per molti settori produttivi oltre all'energia e alla sicurezza. I costi della ricostruzione, infatti, sono stimati fino a 480 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni». Lo ha detto Aurelio Regina, presidente del Network Globale - l’agenzia della camera di commercio di Roma per l’internazionalizzazione.
Giacomo Pugliese* «La Libia può rappresentare un’opportunità di prim’ordine per molti settori produttivi oltre all'energia e alla sicurezza. I costi della ricostruzione, infatti, sono stimati fino...
«La Libia può rappresentare un’opportunità di prim’ordine per molti settori produttivi oltre all'energia e alla sicurezza. I costi della ricostruzione, infatti, sono stimati fino a 480 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni». Lo ha detto Aurelio Regina, presidente del Network Globale - l’agenzia della camera di commercio di Roma per l’internazionalizzazione.
mercoledì 18 dicembre 2013
Libia: una partita con carte truccate
sabato 19 marzo 2011
a seguito links ad articoli disgustati dell'ennesima finta guerra umanitaria con relativi retroscena.
Barbara
Abbiamo seguito le vicende della Tunisia, dell’Egitto e (oltre a qualche notizia en passant su altri paesi dell’area nord-africana/medio orientale) della Libia. Abbiamo assistito a quel risveglio tanto temuto da Brzezinski (co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale e regolare partecipante del Bilderberg e del Council on Foreign Relations), rispetto al quale l’Occidente sta applicando un nuovo approccio. Come scrive Andrew Gavin Marshall nel suo articolo, Are We Witnessing the Start of a Global Revolution?, è stata avviata una strategia di” democratizzazione “, con l’obiettivo di organizzare, finanziare e dare aiuto diretto alla società civile nazionale per la produzione di un sistema democratico, fatto a immagine Occidentale(…). (…) il progetto di “democratizzazione” implica la creazione di strutture esteriori visibili di uno stato democratico (elezioni multipartitiche, attività della società civile, “indipendenza” dei media, ecc) con annessa sottomissione alle corporazioni della Banca Mondiale, del FMI, delle multinazionali e delle potenze occidentali “.
a seguito links ad articoli disgustati dell'ennesima finta guerra umanitaria con relativi retroscena.
Barbara
Abbiamo seguito le vicende della Tunisia, dell’Egitto e (oltre a qualche notizia en passant su altri paesi dell’area nord-africana/medio orientale) della Libia. Abbiamo assistito a quel risveglio tanto temuto da Brzezinski (co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale e regolare partecipante del Bilderberg e del Council on Foreign Relations), rispetto al quale l’Occidente sta applicando un nuovo approccio. Come scrive Andrew Gavin Marshall nel suo articolo, Are We Witnessing the Start of a Global Revolution?, è stata avviata una strategia di” democratizzazione “, con l’obiettivo di organizzare, finanziare e dare aiuto diretto alla società civile nazionale per la produzione di un sistema democratico, fatto a immagine Occidentale(…). (…) il progetto di “democratizzazione” implica la creazione di strutture esteriori visibili di uno stato democratico (elezioni multipartitiche, attività della società civile, “indipendenza” dei media, ecc) con annessa sottomissione alle corporazioni della Banca Mondiale, del FMI, delle multinazionali e delle potenze occidentali “.
sabato 16 novembre 2013
LIBIA. Zeidan ammonisce, “intervento straniero se resta caos”
nov 10th, 2013
Notizie Geopolitiche -
Il Primo ministro della Libia, Ali Zeidan, ha ammonito oggi che dicendo che “La comunità internazionale non può più tollerare uno Stato del Mediterraneo che è fonte di violenza e terrorismo”, per cui lo stato caotico delle cose, con continui omicidi, la situazione incontrollata delle frontiere, il blocco della produzione di petrolio, la frammentazione della società in tribù e la continua guerriglia fra le milizie potrebbero comportare l’intervento delle potenze straniere.
Notizie Geopolitiche -
Il Primo ministro della Libia, Ali Zeidan, ha ammonito oggi che dicendo che “La comunità internazionale non può più tollerare uno Stato del Mediterraneo che è fonte di violenza e terrorismo”, per cui lo stato caotico delle cose, con continui omicidi, la situazione incontrollata delle frontiere, il blocco della produzione di petrolio, la frammentazione della società in tribù e la continua guerriglia fra le milizie potrebbero comportare l’intervento delle potenze straniere.
lunedì 11 novembre 2013
L’accordo segreto tra Letta e Obama sulla Libia
di Mazzetta - 04/11/2013 -
Una crisi dimenticata che ora il governo Letta prende in carico, cominciando dalla sorveglianza dei confini africani del paese .
La liberazione da Gheddafi è stata molto più semplice di quanto non sia dare al paese un assetto politicamente sostenibile in un contesto nel quale troppi vogliono avere voce in capitolo.
LA LIBIA È COSA NOSTRA - C’è chi vorrebbe che il nostro governo diventasse una specie di tutor della Libia e del suo cammino verso il futuro, convinto che noi italiani possiamo venire a capo dei problemi che sta vivendo il paese, per questo dice che bisognerebbe convincere Obama a lasciarci fare.
Una crisi dimenticata che ora il governo Letta prende in carico, cominciando dalla sorveglianza dei confini africani del paese .
La liberazione da Gheddafi è stata molto più semplice di quanto non sia dare al paese un assetto politicamente sostenibile in un contesto nel quale troppi vogliono avere voce in capitolo.
LA LIBIA È COSA NOSTRA - C’è chi vorrebbe che il nostro governo diventasse una specie di tutor della Libia e del suo cammino verso il futuro, convinto che noi italiani possiamo venire a capo dei problemi che sta vivendo il paese, per questo dice che bisognerebbe convincere Obama a lasciarci fare.
lunedì 21 ottobre 2013
Di cosa l'Italia deve vergognarsi
6/10/2013
Di Manlio Dinucci
«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.
Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d'attuazione. L'accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico. La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.
Di Manlio Dinucci
«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.
Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d'attuazione. L'accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico. La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.
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martedì 1 ottobre 2013
L'Italia ritorna sulla "quarta sponda"
26/6/2013
Di Manlio Dinucci
Nell’incontro col premier Letta durante il G8, il presidente Obama «ha chiesto una mano all’Italia per risolvere le tensioni in Libia». E Letta, da scolaro modello, ha tirato fuori dalla cartella il compito già fatto: “un piano italiano per la Libia”. Il ministro Bonino, fiera di tanto onore, giura: «Ce la metteremo tutta, la Libia è un paese che storicamente conosciamo bene». Non c’è dubbio. L’Italia la occupò nel 1911, soffocando nel sangue la rivolta popolare, usando negli anni ’30 armi chimiche contro le popolazioni che resistevano, internando 100.000 persone in campi di concentramento. E, quando dopo trent’anni perse la colonia, sostenne re Idris per mantenere i privilegi coloniali. Caduto Idris, si accordò con Gheddafi per avere accesso alle riserve energetiche della Repubblica libica ma, quando la macchina bellica USA/NATO si è mossa nel 2011 per demolire lo stato libico, il governo italiano ha stracciato, col consenso bipartisan del parlamento, il Trattato di amicizia firmato tre anni prima con Tripoli, fornendo basi e forze militari per la guerra. Una storia di cui essere fieri. Che continua con il piano italiano per la “transizione democratica” della Libia, dove – è costretto ad ammettere lo stesso Consiglio di sicurezza dell’ONU – si verificano «continue detenzioni arbitrarie, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In gioco, spiega la Bonino, c’è «non solo l’interesse dei libici ma il nostro interesse nazionale»: da qui «il fermo impegno del governo italiano per la stabilità del paese nordafricano».
Di Manlio Dinucci
Nell’incontro col premier Letta durante il G8, il presidente Obama «ha chiesto una mano all’Italia per risolvere le tensioni in Libia». E Letta, da scolaro modello, ha tirato fuori dalla cartella il compito già fatto: “un piano italiano per la Libia”. Il ministro Bonino, fiera di tanto onore, giura: «Ce la metteremo tutta, la Libia è un paese che storicamente conosciamo bene». Non c’è dubbio. L’Italia la occupò nel 1911, soffocando nel sangue la rivolta popolare, usando negli anni ’30 armi chimiche contro le popolazioni che resistevano, internando 100.000 persone in campi di concentramento. E, quando dopo trent’anni perse la colonia, sostenne re Idris per mantenere i privilegi coloniali. Caduto Idris, si accordò con Gheddafi per avere accesso alle riserve energetiche della Repubblica libica ma, quando la macchina bellica USA/NATO si è mossa nel 2011 per demolire lo stato libico, il governo italiano ha stracciato, col consenso bipartisan del parlamento, il Trattato di amicizia firmato tre anni prima con Tripoli, fornendo basi e forze militari per la guerra. Una storia di cui essere fieri. Che continua con il piano italiano per la “transizione democratica” della Libia, dove – è costretto ad ammettere lo stesso Consiglio di sicurezza dell’ONU – si verificano «continue detenzioni arbitrarie, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In gioco, spiega la Bonino, c’è «non solo l’interesse dei libici ma il nostro interesse nazionale»: da qui «il fermo impegno del governo italiano per la stabilità del paese nordafricano».
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