Translate

Visualizzazione post con etichetta iraq. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta iraq. Mostra tutti i post

lunedì 9 dicembre 2019

Iraq allo sbando dopo 400 morti in piazza e le dimissioni del premier

L'inviata Onu: la repressione delle manifestazioni pacifiche non può costituire una strategia
[4 Dicembre 2019]
Secondo il canale televisivo libanese al-Mayadeen, che cita fonti irachene, ieri pomeriggio 5 razzi hanno colpito l’importante base aerea statunitense di Ain al Asad, nella  provincia occidentale irachena di al-Anbar, non ci sarebbero vittime. Ain al Asad è la seconda base aerea dell’Iraq dopo quella di Balad ed è il quartier generale della Settima divisione dell’Esercito iracheno.
E’ la dimostrazione del fallimento della confusa operazione di 2controllo” dell’Iraq dopo le q guerre petrolifere statunitensi alle quali ha partecipato (e partecipa) anche l’Italia e che in Iraq si è creata una situazione insurrezionale della quale sono protagonisti i giovani – sia sciiti che sunniti – che è già costata centinaia di vittime, che non ha nel mirino solo l’ingerenza iraniana in Iraq, ma anche quella occidentale e che apre la strada a ritorni sia di forze oscure, come i vecchi quadri del partito Baath di Saddam Hussein – che hanno sempre operato nel Paese dopo la caduta della dittatura, che delle cellule rimaste dello Stato Islamico/Daesh che era arrivato a Mosul e quasi fino alle porte di Bagdad.
Continuano comunque le proteste anti-iraniane e il primo dicembre è stata assaltato per la seconda volta il consolato iraniano di Najaf, nell’Iraq meridionale-.

domenica 1 dicembre 2019

Stati Uniti, Israele coinvolti nell’uccisione di manifestanti iracheni: il leader di Asaib

24 novembre 2019.
Il leader del gruppo iracheno Asaib Ahl al-Haq, che fa parte delle forze di mobilitazione popolari del paese o Hashd al-Sha’abi (milizie sciite), afferma che Washington e Tel Aviv sono membri di “una terza parte” che è stata alla base di molte uccisioni morti durante i recenti disordini in Iraq.
Qais al-Khazali ha detto a Dijlah TV, un canale televisivo satellitare iracheno con base ad Amman, sabato che il comitato istituito per indagare sulla violenza è solo un organo amministrativo, e quindi non è in grado di identificare la “terza parte” responsabile dell’uccisione di manifestanti.
Ha sottolineato che “Israele e gli Stati Uniti hanno un ruolo importante nell’animare la terza parte”.
Khazali ha inoltre affermato che l’inchiesta sulle morti in Iraq non dovrebbe essere limitata alla questione di chi abbia ucciso i manifestanti, ma anche di esaminare chi ha “facilitato” la strada per gli assassini e chi ha dato loro l’ordine.

venerdì 15 novembre 2019

LOTTA DI CLASSE E "RIVOLUZIONI COLORATE" di Moreno Pasquinelli

[ martedì 5 novembre 2019 ]


I fatti....



Iraq: il 1 ottobre scoppia a Bagdad, una rivolta popolare, coi giovani in prima fila, contro il carovita, la disoccupazione, l’endemica corruzione. Dopo pochi giorni i rivoltosi, sempre più numerosi malgrado il coprifuoco e le prime vittime, chiedono che il governo se ne vada a casa. Nei giorni successivi la sollevazione si estende al sud, travolgendo proprio le città a maggioranza shiita: Basra, Nassiyia, Najaf, Kerbala. Decine i morti ammazzati dalle forze di sicurezza e da milizie filo-governative, più di mille i feriti.

Ecuador: il 3 ottobre il popolo si solleva contro il paquetazo, il pacchetto di misure anti-sociali sollecitato dal Fondo monetario internazionale che prevede, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili e la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel.

Libano: 13 ottobre, si svolgono enormi manifestazioni inter-confessionali e spontanee contro le misure liberiste di austerità (più tasse e aumento dei prezzi tra cui i combustibili) chieste da FMI e Banca Mondiale quindi adottate dal governo di coalizione presieduto da Hariri e sostenuto anche da Hezbollah. Diventano ben presto proteste politiche contro il regime, la corruzione. Malgrado le dimissioni di Hariri il 29 ottobre, le proteste continuano

lunedì 11 novembre 2019

Rivolta contro la repressione in Iraq... nel (quasi totale) silenzio dei media mainstream

4/11/2019

Scontri e ancora scontri in Iraq, con una fase intensissima, da inizio ottobre, di proteste e rivolte sociali contro la repressione dei diritti e le enormi disuguaglianze socio-economiche. Ma i media italiani ne parlano assai poco...

Rivolta contro la repressione in Iraq... nel (quasi totale) silenzio dei media mainstream
Da inizio ottobre in Iraq è iniziata una nuova fase di proteste sociali, gradualmente sostenute da una porzione sempre più vasta parte dell’opinione pubblica e dai principali sindacati:quello degli insegnanti ha lanciato uno sciopero generale di quattro giorni, quello degli avvocati incita alla disobbedienza civile, mentre gli studenti occupano molte università nelle province del Centro-Sud e sono scesi nelle piazze in centinaia di migliaia.
Gli scontri a Baghdad si concentrano sul ponte sul Tigri che porta alla Zona Verde, «simbolo fisico e politico del potere che si barrica e non ascolta» scrive NENA, l'agenzia di stampa il cui acronimo sta per Near East News Agency.

martedì 29 ottobre 2019

La Libia è stata liberata? Da che cosa? Per condurla dove e come?

Malta
Cosa accadrà se le forze di invasione non lasciano la nostra terra? Se l’esercito degli Usa e degli altri rimarrà sulla nostra amata patria? Se le loro aziende e le loro ambasciate rimarranno aperte, la bandiera Americana ben esposta? Rimarremo in silenzio? Potete immaginarlo?


Finalmente “Siamo liberi”.    (Se l’ISIS o l’UE non arriveranno prima!)
Mentre l’instabilità politica e la sicurezza in deterioramento hanno complicato i loro sforzi, gli Usa si impegnano ad addestrare le forze di sicurezza del Paese, forze che, ovviamente, avevano precedentemente distrutto insieme con la Nato.
“Gli Usa, e I loro alleati della Nato costruiscono l’esercito spalleggiatore libico, a spese della Libia. Gli Usa si impegnano ad addestrare le Forze di sicurezza libiche”, dichiara il Dipartimento statunitense della Difesa, aggiungendo che “la Libia sta pagando per l’addestramento, che dovrebbe richiedere otto anni”. Vedete, gli Usa hanno già detto che si prenderanno la loro fetta di torta!

lunedì 14 ottobre 2019

Iraq. Proteste contro la corruzione e il caro vita, oltre 100 i morti

Al-Sadr chiede elezioni anticipate.
di Enrico Oliari –
Continua ad aggravarsi la situazione in Iraq, dove da giorni sono in corso asperrime proteste antigovernative contro il caro vita, la corruzione dilagante e la mancanza di lavoro. Il bilancio delle vittime dovute agli scontri con la polizia ed alla repressione è di un centinaio di morti di cui una decina di agenti, e scontri sono registrati un po’ ovunque, dalla centralissima piazza Tahrir di Baghdad a Nassiriya, da Hillah a Najaf. A Diwaniya la polizia ha ammesso di aver sparato a tre manifestanti che cercavano di entrare nella sede del governatorato, ma la Reuters ha riportato testimonianze secondo cui gli agenti hanno sparato sui manifestanti un po’ ovunque, molti dei quali uccisi con colpi alla testa. Migliaia i feriti.

venerdì 12 luglio 2019

La guerra nascosta dell’esercito: tra soldati in servizio e reduci 5800 suicidi

esercito usa 
Pubblicato il
L’esercito Usa vicino a una guerra di troppo – tratto dal sito Blondet&Friends
Il 27 maggio, in Usa, è il Memorial Day, che celebra i caduti  delle guerre. L’ufficio di propaganda ha avuto la sfortunata idea di chiedere in un tweet: “Come ha influito su di te servire la bandiera?”.
Le risposte non sono state quelle previste, patriottiche e militariste. Più di 11 mila tweet furiosi, dolorosi,  amarissimi,  hanno rotto la coltre della narrativa ufficiale.
Storie di suicidi di reduci, di disturbi post-traumatici ed alcolismo  conseguenze, depressione ed ansia ed incubi, ed anche violenze carnali subite da ufficiali, mancata assistenza sanitaria; racconti di crimini di guerra e di danni permanenti per esposizione ad agenti chimici.

giovedì 13 giugno 2019

Caduto il Califfato, l’Isis punta sulla guerriglia per rilanciare il jihad

26 maggio 2019
Dopo aver perso la quasi totalità del territorio in Siria e Iraq, vedendo così tramontare forse per sempre l’idea del “Ccaliffato”, i vertici dello Stato islamico sembrano aver modificato la strategia per privilegiare la guerriglia.
Isis 2 images
Uno dei siti di informazione legato al gruppo jihadista ha diffuso le diverse tecniche di combattimento e invita i miliziani ad approfondirne le conoscenze.
Nelle ultime settimane la rivista online al-Naba, legata al gruppo fondamentalista, ha incoraggiato i propri lettori ad adottare le tattiche della guerriglia, pubblicando istruzioni dettagliate su come compiere le cosiddette azioni “mordi e fuggi”. I leader jihadisti hanno deciso di adottare questa tipologia di combattimento, che potrebbe essere utilizzata oltre i confini di Siria e Iraq.

lunedì 3 giugno 2019

Iraq. Tre francesi dell’Isis condannati a morte

Molti gli stranieri catturati in Siria e in Iraq sotto processo.
Notizie Geopolitiche –
Un tribunale iracheno ha condannato a morte tre cittadini francesi in quanto combattenti dell’Isis in Siria e quindi terroristi, catturati dalla coalizione Sdf-iracheno-statunitense. Specialmente nella fase finale del conflitto molti prigionieri catturanti nella parte orientale della Siria sono stati portati nelle prigioni irachene dove vengono sottoposti a processo. Solo a febbraio sono 12 i cittadini francesi, e molti altri quelli di diverse nazionalità, trasferiti nelle carceri irachene.

venerdì 10 maggio 2019

La droga gestita della Cia, uno strumento di politica globale

27/4/19
Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le élite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale. Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la Cia, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la Cia chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi.
Lucky LucianoLa droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia, oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano… Il primo caso rappresentante le connessioni tra la Cia e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupata dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della Cia, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la Cia organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

domenica 21 aprile 2019

I veri guerrafondai? I «liberal» di sinistra

7 aprile 2019.

Uno degli aspetti più bizzarri della politica odierna è l’assunto secondo il quale se sei contro la guerra sei di sinistra, e se sei un conservatore sei “pro-guerra”. Proprio come etichettare gli stati conservatori “rossi” e quelli liberali “blu”, è un’inversione di una pratica storica.
L’opposizione all’entrata in guerra dell’America in entrambe le guerre mondiale fu diretta principalmente dai conservatori. Il senatore Robert A. Taft, maggiore esponente del conservatorismo postbellico, si opponeva alla guerra tranne nel caso in cui gli Stati Uniti venissero attaccati. Perfino Bismarck, dopo avere combattuto e vinto le tre guerre che gli servirono per unificare la Germania, era principalmente anti-guerra. Una volta ha descritto la guerra preventiva, come quella che l’America ha lanciato contro l’Iraq, in questi termini: “è come suicidarsi per paura di essere uccisi”.
I veri guerrafondai? I «liberal» di sinistra

lunedì 1 aprile 2019

Giornata dell'acqua, "nei paesi in guerra uccide come proiettili"

Nuovo rapporto dell'Unicef in occasione della giornata mondiale. Nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, i bambini sotto i 15 anni hanno probabilità 3 volte maggiori di morire a causa della mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza

22 marzo 2019
Foto: Unicef/Water Under Fire
Unicef/Water Under Fire
Roma - Secondo un nuovo rapporto dell'Unicef, lanciato oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell'acqua, i bambini sotto i 15 anni nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, in media, hanno probabilita' 3 maggiori di morire a causa di malattie diarroiche dovute alla mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza diretta. Il rapporto "Acqua sotto attacco" (Water Under Fire) mostra i tassi di mortalita' in 16 paesi durante conflitti prolungati e mostra che, nella maggior parte, i bambini sotto i 5 anni hanno probabilita' 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla diarrea dovuta alla mancanza di accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

giovedì 7 febbraio 2019

Saddam, Gheddafi, Maduro

Saddam, Gheddafi, Maduro.
sventurato quel paese che trabocca di petrolio…
hussein-trump-gaddafi-e1470303741143
. . .
e anche quello che trabocca di basi militari americane.
Italia: 59 basi Usa in Italia, 13mila militari americani di stanza qui e 120 testate nucleari.
praticamente siamo sotto occupazione dal 1943 in poi.
ma se state ad ascoltare questo governo che si dice sovranista e che e` tornato a mettersi a disposizione degli americani, chi ostacola la nostra indipendenza e` l’Europa.

giovedì 18 ottobre 2018

Esperto militare svela dove inizierà terza guerra mondiale

3/8/2018
Portaerei nucleare USA John C. Stennis
Il vicepresidente dell'Accademia russa delle scienze missilistiche e dell'artiglieria, il dottore in scienze militari Konstantin Sivkov ha elencato le principali minacce militari e luoghi in cui la Terza Guerra Mondiale potrebbe potenzialmente iniziare, riferisce il Corriere Industriale Militare.
Secondo l'esperto, le minacce militari in generale non stanno diminuendo ma crescono solo a causa dell'aggravarsi dei contrasti regionali sostenute dalle "élite transnazionali". Ad esempio, nel sud le principali fonti di pericolo militare sono associate all'instabilità della situazione negli stati centro-asiatici della Comunità degli Stati Indipendenti, alle guerre in Siria, Iraq e Afghanistan, ai problemi dell'India e del Pakistan e alle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran.
A oriente, le principali fonti di tensione militare a medio termine saranno i contrasti sulla penisola coreana, tra il Giappone e la Cina per le isole contese, tra il Giappone e la Russia sulla cresta delle isole Curili, nonché la questione di Taiwan.

sabato 1 settembre 2018

Se non capiamo la lotta di classe, non capiamo niente

di Ken Loach e Lorenzo Marsili – 21 agosto 2018
http://znetitaly.altervista.org/wp-content/uploads/2018/08/cant-we-all-just-get-along.gif
Il regista cinematografico britannico Ken Loach è una delle voci più celebrate del cinema del nostro tempo. Un artista profondamente impegnato e uno di un pugno di registi a essere insignito due volte della prestigiosa Palma d’Oro. Il lavoro di Loach affronta spesso temi sociali e politici. La sua opera ha attraversato la guerra civile spagnola (Terra e Libertà), lo sciopero degli addetti alle pulizie di Los Angeles (Pane e Rose), l’occupazione dell’Iraq (L’Altra Verità), la guerra d’indipendenza irlandese (Il vento che accarezza l’erba) e il lato coercitivo dello stato sociale (Io, Daniel Blake). Mentre la cosiddetta “rivolta populista” ha innescato un grande dibattito sul ruolo delle disuguaglianze economiche e dell’esclusione sociale, Ken Loach è stato uno dei più grandi narratori della coscienza della classe lavoratrice e delle sue trasformazioni sotto il neoliberismo.

venerdì 29 giugno 2018

Circuito di morte nel «Mediterraneo allargato»

È uno strano traffico quello che solca il Mediterraneo: in una direzione, armi che vanno verso l’Africa e il Medio Oriente; nell’altra, rifugiati vittime di quelle armi. Stranamente, i responsabili politici europei fingono di ignorare la causa principale di queste migrazioni.
| Roma (Italia)
français  Português  Deutsch  English  Español  Türkçe 
 JPEG - 339.1 Kb
I riflettori politico-mediatici, focalizzati sui flussi migratori Sud-Nord attraverso il Mediterraneo, lasciano in ombra altri flussi: quelli Nord-Sud di forze militari e armi attraverso il Mediterraneo. Anzi attraverso il «Mediterraneo allargato», area che, nel quadro della strategia Usa/Nato, si estende dall’Atlantico al Mar Nero e, a sud, fino al Golfo Persico e all’Oceano Indiano.
Nell’incontro col segretario della Nato Stoltenberg a Roma, il premier Conte ha sottolineato la «centralità del Mediterraneo allargato per la sicurezza europea», minacciata dall’«arco di instabilità dal Mediterraneo al Medio Oriente». Da qui l’importanza della Nato, alleanza sotto comando Usa che Conte definisce «pilastro della sicurezza interna e internazionale». Completo stravolgimento della realtà.

mercoledì 27 giugno 2018

Papa Francesco Soros

25 agosto 2017
http://blog.ilgiornale.it/rossi/files/2017/08/20161101100026-papa_francesco.jpg
M’INQUIETA
Lo dico con la morte nel cuore, ma questo Papa m’inquieta.
M’inquieta il suo estremismo ideologico, l’assenza di profondità con cui sembra affrontare temi epocali che scuotono dalle fondamenta la nostra società. M’inquieta la sua puntuale strategia mediatica, perfettamente coerente con le esigenze del mainstream da cui sembra golosamente attratto. M’inquieta il fatto che lui dica esattamente quello che le élite mondiali vogliono sentir dire. M’inquieta, su alcuni temi, vedere la Chiesa di Roma succube dello Spirito del Tempo, in linea col peggior mondialismo tecnocratico la cui deriva stiamo scontando sulla nostra pelle. M’inquieta, sull’immigrazione, sentire un Papa parlare come un documento della Open Society.
E se il vicario di Cristo, capo della Chiesa romana, sembra il replicante di Soros forse dovremmo inquietarci tutti. Se ottiene il plauso di Emma Bonino e fai fatica a distinguere il suo messaggio da un articolo di Roberto Saviano, vuol dire che la Chiesa ha cessato di essere “incredibile” per diventare banalmente credibile.

martedì 5 giugno 2018

Non bastano le elezioni a fare la democrazia

Secondo l’Occidente, in Tunisia, Libano e Iraq si sono appena svolte elezioni democratiche. Secondo gli elettori di questi tre Paesi, invece, queste votazioni avevano poco in comune con l’ideale democratico; al contrario, le istituzioni imposte dagli Occidentali sono state concepite per impedire alle popolazioni di scegliere liberamente i propri dirigenti politici.
| Damasco (Siria)
  English  Español  français  Português  Türkçe  ελληνικά  Deutsch  norsk 
 
JPEG - 28.5 Kb 
Il massiccio astensionismo alle elezioni legislative del Libano (50%) e dell’Iraq (65%), nonché alle amministrative della Tunisia (77%), è stato interpretato dagli Occidentali come prova dell’immaturità politica di questi popoli. Sia che vivano in regime democratico da 7 o 75 anni, sarebbero degli irresponsabili da tenere sotto tutela.
Dimenticando che in Occidente alcune consultazioni nazionali sono state caratterizzate da tassi d’astensione analoghi, gli Occidentali spiegano la diserzione del voto in Tunisia, Libano e Iraq con gli scarsi risultati economici ottenuti dai loro governanti. Come se gli arabi non avessero capito che le elezioni offrono la possibilità di decidere progetti e di scegliere il proprio futuro, bensì abbiano pensato di essere chiamati a esprimersi sulle performance dei governi uscenti.

martedì 3 aprile 2018

controstoria di Saddam Hussein.


22656575-saddam-hussein



Di Leonardo Olivetti

Quando si parla dell’Iraq contemporaneo non si può fare a meno di pensare alla controversa figura di Saddam Hussein. Il Raìs iracheno è uno dei massimi oggetti di demonizzazione dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e usato come archetipo della tirannide. Ma alle costruzioni propagandistiche degli agiografi dell’imperialismo americano, non corrispondono i fatti; Saddam Hussein fu uno dei più geniali e lungimiranti leader mediorientali degli ultimi anni, capace di guidare un paese dalla rovina alla prosperità, di non arrendersi alle minacce e all’arroganza stranieri, per nulla responsabile di quelle “atrocità” tanto vilmente accostate alla sua figura.

Quando Saddam Hussein prese in mano le redini del paese mediorientale, aveva di fronte a sé una situazione molto deteriorata, insicura e sottosviluppata economicamente, culturalmente e socialmente. Il Raìs iracheno risollevò l’Iraq dalla miseria, creando un regime prospero e culturalmente avanzato. L’alfabetizzazione, nel 1973, era solo il 35%; solo nove anni più tardi, le Nazioni Unite dichiararono l’Iraq “libero dall’analfabetismo”, con una popolazione alfabetizzata superiore al 90%, ed una percentuale del 100% di giovani che andavano a scuola. Due anni dopo, nel 1984, le stesse Nazioni Unite ammisero che “il sistema educativo dell’Iraq è il migliore mai visto in un paese in via di sviluppo”. Il sistema scolastico iracheno era anche tra i migliori al mondo per qualità; il tasso di studenti promossi era maggiore che negli altri paesi arabi, e il governo di Saddam, dal 1970 al 1984, spese solo per l’educazione il 6% del PIL, pari al 20% del reddito annuo del paese. In pratica, il governo di Baghdad spese per ogni singolo studente circa 620$, una cifra altissima per un paese in via di sviluppo. E questo dopo che Saddam Hussein era l’uomo forte di Baghdad da solo un decennio. Più tardi, dal 1976 al 1986, gli studenti delle scuole elementari crebbero del 30%, le studentesse femmine del 45%, sintomo della crescente emancipazione femminile, e il numero delle ragazze che studiavano era il 44% del totale, quasi in parità con il sesso maschile. Un altro risultato del fervore culturale importante nell’Iraq di Saddam Hussein è quello ottenuto nell’ambito universitario; l’Università di Baghdad, fondata nel 1957, ebbe oltre 33 mila studenti tra il 1983 e il 1984, l’Istituto Tecnico oltre 34 mila, l’Università di Mustansirya oltre 11 mila. Queste cifre altissime, che manifestano la fioritura culturale dell’Iraq ba’athista, portarono il New York Times, nel 1987, a battezzare Baghdad come “la Parigi del Medio Oriente”.

martedì 27 marzo 2018

Quelli saranno "canaglie", ma noi siamo criminali


C’erano una volta, tradizionalmente, tre “Stati canaglia”: la Corea del Nord, l’Iran degli ayatollah, l’Iraq di Saddam Hussein. C’era poi uno Stato che “canaglia” lo era solo a metà, la Libia di Muammar Gheddafi. A metà perché alcuni rispettati e rispettabilissimi Stati europei, come la Francia e l’Italia, intrattenevano lucrosi affari col Colonnello.
La Corea del Nord di Kim Jong-Un, che naturalmente è un “pazzo”, non ha sparato un solo colpo fuori dai propri confini, sta semplicemente cercando di migliorare il proprio armamento nucleare per non fare la fine di Saddam e di Gheddafi. Ha inoltre l’ulteriore colpa di essere comunista.