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lunedì 16 dicembre 2019

Gli USA hanno fallito la loro strategia per destabilizzare il Libano

Di Elijah J. Magnier 12 dicembre 2019.
https://www.controinformazione.info/wp-content/uploads/2019/11/Libano-protestas-2.jpg
Per diverse settimane, gran parte della popolazione libanese ha attaccato i leader politici tradizionali e messo in discussione il sistema politico corrotto del paese. Coloro che hanno gestito il paese per decenni hanno fatto poche riforme, non hanno mantenuto le infrastrutture e hanno fatto poco o nulla per creare posti di lavoro al di fuori della loro cerchia di sostegno.
I manifestanti sono stati anche spinti in piazza dalle misure statunitensi, che hanno strangolato l’economia libanese, inclusi ostacoli per la maggioranza dei 7-8 milioni di espatriati libanesi nel trasferire denaro ai loro cari nel loro paese d’origine. L’amministrazione americana ha preso queste misure per cercare, invano, di mettere in ginocchio l’Iran e i suoi alleati.
Gli Stati Uniti sembrano credere che seminando il caos nei paesi in cui opera l’Asse della Resistenza, possa costringere l’Iran a cadere tra le braccia dell’amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran e i suoi alleati e imporre le loro condizioni e la loro egemonia in Medio Oriente.

lunedì 9 dicembre 2019

Iraq allo sbando dopo 400 morti in piazza e le dimissioni del premier

L'inviata Onu: la repressione delle manifestazioni pacifiche non può costituire una strategia
[4 Dicembre 2019]
Secondo il canale televisivo libanese al-Mayadeen, che cita fonti irachene, ieri pomeriggio 5 razzi hanno colpito l’importante base aerea statunitense di Ain al Asad, nella  provincia occidentale irachena di al-Anbar, non ci sarebbero vittime. Ain al Asad è la seconda base aerea dell’Iraq dopo quella di Balad ed è il quartier generale della Settima divisione dell’Esercito iracheno.
E’ la dimostrazione del fallimento della confusa operazione di 2controllo” dell’Iraq dopo le q guerre petrolifere statunitensi alle quali ha partecipato (e partecipa) anche l’Italia e che in Iraq si è creata una situazione insurrezionale della quale sono protagonisti i giovani – sia sciiti che sunniti – che è già costata centinaia di vittime, che non ha nel mirino solo l’ingerenza iraniana in Iraq, ma anche quella occidentale e che apre la strada a ritorni sia di forze oscure, come i vecchi quadri del partito Baath di Saddam Hussein – che hanno sempre operato nel Paese dopo la caduta della dittatura, che delle cellule rimaste dello Stato Islamico/Daesh che era arrivato a Mosul e quasi fino alle porte di Bagdad.
Continuano comunque le proteste anti-iraniane e il primo dicembre è stata assaltato per la seconda volta il consolato iraniano di Najaf, nell’Iraq meridionale-.

martedì 3 dicembre 2019

Manifestazioni in Libano contro le interferenze statunitensi

25 novembre 2019.
Diverse manifestazioni hanno avuto luogo negli ultimi due giorni in Libano per protestare contro le interferenze degli Stati Uniti negli affari interni libanesi.
L’ultima è avvenuta questa domenica 24 novembre, con migliaia di persone radunate non lontano dall’ambasciata americana, ad Awkar, a est di Beirut.
Nel corso della protesta, i manifestanti hanno bruciato bandiere americane e israeliane, oltre alla foto di Jeffrey Feltman, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Libano.
Durante un’audizione di martedì 19 novembre, davanti alla sottocommissione parlamentare per gli affari esteri per il Medio Oriente, il Nord Africa e il terrorismo internazionale, Jeffrey Feltman aveva lasciato intendere che i libanesi devono affrontare due opzioni: seguire la politica di allineamento agli USA o affrontare il caos sobillato da Washington.
Jeffrey Feltman, sottosegretario del Dipartimento di Stato americano che fungeva anche da ambasciatore di Washington in Libano, aveva recentemente parlato di una possibile guerra civile se le forze armate libanesi avessero fatto ricorso al disarmo del movimento di resistenza di Hezbollah con la forza.
Durante la dimostrazione svoltasi ad Awkar, i seguenti slogan sono stati notati sugli striscioni contrassegnati o cantati dalla folla, tra cui:
“Gli Stati Uniti e Israele sono una cosa sola
“Smettete di interferire nei nostri affari, dannati imperialisti americani.”
“Non c’è modo di vivere nell’umiliazione. Rivoluzione contro gli Stati Uniti ”.
“Non rinunceremo al nostro paese per Israele”, recitava un cartello;
“Palestina, ti supporteremo a morte.”
“No alle interferenze nel mio paese”.
“Feltamn, stai zitto.”
Venerdì, in un’intervista con Reuters, il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, ha affermato che gli Stati Uniti rappresentano l’ostacolo più importante per la formazione di un governo in Libano.
Libano Manifestazioni

venerdì 15 novembre 2019

LOTTA DI CLASSE E "RIVOLUZIONI COLORATE" di Moreno Pasquinelli

[ martedì 5 novembre 2019 ]


I fatti....



Iraq: il 1 ottobre scoppia a Bagdad, una rivolta popolare, coi giovani in prima fila, contro il carovita, la disoccupazione, l’endemica corruzione. Dopo pochi giorni i rivoltosi, sempre più numerosi malgrado il coprifuoco e le prime vittime, chiedono che il governo se ne vada a casa. Nei giorni successivi la sollevazione si estende al sud, travolgendo proprio le città a maggioranza shiita: Basra, Nassiyia, Najaf, Kerbala. Decine i morti ammazzati dalle forze di sicurezza e da milizie filo-governative, più di mille i feriti.

Ecuador: il 3 ottobre il popolo si solleva contro il paquetazo, il pacchetto di misure anti-sociali sollecitato dal Fondo monetario internazionale che prevede, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili e la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel.

Libano: 13 ottobre, si svolgono enormi manifestazioni inter-confessionali e spontanee contro le misure liberiste di austerità (più tasse e aumento dei prezzi tra cui i combustibili) chieste da FMI e Banca Mondiale quindi adottate dal governo di coalizione presieduto da Hariri e sostenuto anche da Hezbollah. Diventano ben presto proteste politiche contro il regime, la corruzione. Malgrado le dimissioni di Hariri il 29 ottobre, le proteste continuano

lunedì 18 febbraio 2019

Hannibal Gheddafi: arrestato perchè figlio di Muammar Gheddafi

4/2/19
Hannibal Gheddafi (foto d'archivio)
Lo scandalo per il vilipendio della bandiera libica a Beirut e il successivo rifiuto alla Libia di partecipare al forum economico della Lega Araba in Libano, come molti anni fa ha provocato una crisi nelle relazioni tra i due Paesi.
L'influente partito sciita libanese Amal non vuole vedere un solo rappresentante libico mettere piede a Beirut finché le autorità nazionali non otterranno informazioni affidabili sul destino del suo leader, l'imam Musa al-Sadr e dei suoi due accompagnatori scomparsi diversi decenni fa a Tripoli in circostanze ancora oscure. Le tensioni tra Libia e Libano hanno convogliato l'attenzione sulla situazione capitata ad Hannibal Gheddafi, uno dei figli dell'ex leader libico Muammar Gheddafi. Dal 2015 è rinchiuso in una prigione libanese. È accusato di nascondere informazioni sulla scomparsa di Musa al-Sadr. Per la prima volta dalla sua detenzione Hannibal Gheddafi ha accettato di rispondere a diverse domande dei media. In un'intervista con il corrispondente di RIA Novosti Rafael Daminov ha raccontato come è finito nel carcere libanese e se conosce davvero i dettagli della scomparsa del predicatore sciita.

martedì 5 giugno 2018

Non bastano le elezioni a fare la democrazia

Secondo l’Occidente, in Tunisia, Libano e Iraq si sono appena svolte elezioni democratiche. Secondo gli elettori di questi tre Paesi, invece, queste votazioni avevano poco in comune con l’ideale democratico; al contrario, le istituzioni imposte dagli Occidentali sono state concepite per impedire alle popolazioni di scegliere liberamente i propri dirigenti politici.
| Damasco (Siria)
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Il massiccio astensionismo alle elezioni legislative del Libano (50%) e dell’Iraq (65%), nonché alle amministrative della Tunisia (77%), è stato interpretato dagli Occidentali come prova dell’immaturità politica di questi popoli. Sia che vivano in regime democratico da 7 o 75 anni, sarebbero degli irresponsabili da tenere sotto tutela.
Dimenticando che in Occidente alcune consultazioni nazionali sono state caratterizzate da tassi d’astensione analoghi, gli Occidentali spiegano la diserzione del voto in Tunisia, Libano e Iraq con gli scarsi risultati economici ottenuti dai loro governanti. Come se gli arabi non avessero capito che le elezioni offrono la possibilità di decidere progetti e di scegliere il proprio futuro, bensì abbiano pensato di essere chiamati a esprimersi sulle performance dei governi uscenti.

sabato 12 maggio 2018

Il ciclo della menzogna

Quando vogliono condannare un sospettato, gli occidentali lo accusano di ogni sorta di crimine, fino a creare le condizioni per poter emettere la sentenza. Verità e Giustizia non hanno importanza, quel che conta è salvaguardare il potere. Ritornando sull’accusa alla Siria di far uso di armi chimiche, Thierry Meyssan ricorda che, sebbene essa risalga ad alcuni anni fa, il principio secondo cui la Siria è designata colpevole è vecchio di oltre duemila anni.
| Damasco (Siria)
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Gli occidentali affermano che nel 2011 è iniziata in Siria una «guerra civile». Eppure, nel 2003 il Congresso USA adottò, e il presidente George W. Bush firmò, una dichiarazione di guerra a Siria e Libano (il Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act [1], Legge sulle responsabilità della Siria e per il ripristino della sovranità libanese).
Dopo il vano tentativo del segretario di Stato Colin Powell, che nel 2004 avrebbe voluto trasformare la Lega Araba in tribunale regionale (vertice di Tunisi), l’aggressione occidentale poté iniziare grazie all’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro libanese, Rafic Hariri.

lunedì 3 ottobre 2016

Gli Usa sapevano dei missili antiaerei in Siria, Iraq e Libia

Inviato il 30 marzo 2015 il rapporto sui missili antiaerei trasportabili a spalla in mano ai terroristi. La Cia tentò di acquistarli nel 2013

sabato 25 giugno 2016

Il capo del servizio di spionaggio di Israele riconosce l’utilità della presenza dell’ISIS per Israele

Herzi Halevi capo servizi intelligence Israele

Il capo del servizio di spionaggio militare di Israele, il generale Herzi Halevy ha riconosciuto pubblicamente che, se il Daesh (l’ISIS) in Siria dovesse essere annientato dalle forze siriane e russe, Israele andrebbe a rimanere solo e senza protezione alle sue frontiere.
Per quanto Halevy abbia escluso che in un futuro vicino si possa registrare una possibile guerra con Hezbollah, non ha nascosto la sua preoccupazione per il potenziale  militare del movimento libanese.

sabato 7 maggio 2016

Noi, “verità per Regeni”. Mentre Hollande fa’ grandi affari

Maurizio Blondet, 28 aprile 2016

Dunque, siamo ai ferri corti con l’Austria. La Boldrini ha tuonato, atteggiando la nobile boccuccia a furioso patrittismo anti-imperiale.  Forse manderemo truppe al Brennero (un déjà vu): i telegiornali soffiano sul fuoco, gli ascoltatori  Rai sono infiammati di odio per gli egoisti viennesi, fascisti, che non obbediscono a papa Francé.   Con l’Egitto siamo già praticamente in guerra – “Verità per Regeni”, lo chiede  la mamma del medesimo con tutti i media – anche se proprio adesso che (su ordine Usa) andiamo in guerra in Libia, ci sarebbe utile essere amici di Al Sisi. Il quale ha appena mandato al generale Haftar – suo protetto in Libia, anche se gli Usa lo hanno messo sotto embargo –   1050 veicoli militari, per la maggior parte furgoncini Toyota di  quelli che fanno meraviglie con una mitragliatrice pesante binata piazzata sul cassone, ma anche  mezzi blindati, già verniciati con colori mimetici.  Sembra che Haftar con questi mezzi attaccherà i terroristi islamici di Derna, Bengasi, a dell’ISIS nella Sirte.  Sarebbe opportuno sapere prima   del nostro intervento  se Haftar è nostro amico o nostro nemico, se in Libia ce lo troviamo contro o al nostro fianco, se gli americani ci sbattono contro i terroristi che armano loro, con cui colludono dai tempi della Clinton al Dipartimento di Stato.

venerdì 25 marzo 2016

PROBLEMA ISLAM ? IL BANCHIERE GOLDMAN PROPONE SOLUZIONE 30%

Postato il Lunedì, 14 marzo @ 18:13:54 GMT di davide

DI MAURIZIO BLONDET
maurizioblondet.it
Due attentati simultanei, in Costa d’Avorio e ad Ankara: che effetto vi fa? Nella prima – ci dicono i media – Al Qaeda nel Maghreb Islamico ha colpito dei turisti sulla spiaggia – potevate esserci voi. Nell’altra, ci dicono i media, il governo Erdogan   dice che sono stati i comunisti curdi del Pkk. Potrebbe invece benissimo un false flag di cui Erdogan ha bisogno per invadere la zona curda della Siria: la guerriglia curda colpisce mezzi militari, qui invece è stata fatta una strage ad una fermata d’autobus: il modo migliore per rendere odiosa la causa di chi lo fa. Quando avvengono attentati indiscriminati di questo genere, l’esperienza insegna che è “strategia della tensione”, terrorismo di stato.

martedì 17 giugno 2014

Come si sceglie un trafficante, dalla Libia all’Italia

12 giugno 2014
di Alessandra CoppolaCome si sceglie un trafficante? «Con il passaparola», risponde Mohammed. Come sai che puoi fidarti? «Non lo sai, è una scommessa. Io mi sono rivolto a persone che lo facevano di mestiere». Professionisti. Dalla costa libica a Milano si arriva così, pagando i servizi offerti da esperti del settore, che fanno affari con i profughi siriani.
Il racconto di Mohammed è interessante perché chiaro, dettagliato: nel caos e nella diffidenza di chi appena messo piede in stazione Centrale non è comune. L’uomo si esprime in un buon inglese, ha viaggiato con la moglie Hanan e la figlia Tala, che ha appena otto mesi ed è nata in Libia. «Siamo scappati dalla guerra un anno e mezzo fa», sunniti della periferia di Damasco, «io lavoravo come cuoco». Via terra in Libano, con l’aereo in Egitto, quindi con un autobus in Libia. «Ho lavorato con alcuni amici, sempre nel settore della ristorazione, in cucina». Poi, come raccontano tutti, la situazione s’è fatta pericolosa, violenta. E la famiglia ha deciso di rischiare la via del mare.

venerdì 2 maggio 2014

DIETRO LE GUERRE CI SONO I BANCHIERI

24 aprile 2014
FONTE: WASHINGTONBLOG.COM

Tutte le guerre sono guerre di banche


L’ex amministratore delegato di Goldman Sachs – e capo del gruppo di analisti internazionali presso la Bear Stearns a Londra (Nomi Prins) – sostiene che: “Per tutto il secolo che ho esaminato, che ha avuto inizio con il Panico del 1907 … quello che ho rilevato, accedendo agli archivi di ogni presidenza, è che nel corso di numerosi eventi e periodi particolari i banchieri sono sempre stati in costante comunicazione con la Casa Bianca – e non solo riguardo a temi finanziari e di politica economica, e quindi di politica commerciale, ma anche riguardo ad argomenti strettamente legati alla I Guerra Mondiale, alla II Guerra Mondiale e poi alla Guerra Fredda, in termini di piani di espansione politica dell’America come superpotenza del mondo, alimentata dalla sua espansione finanziaria attraverso lo sviluppo della sua comunità bancaria.”