DI FEDERICO DEZZANI
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A distanza di quattro mesi dalla morte di Giulio Regeni, la procura di Roma ha finalmente imboccato il filone inglese delle indagini, concentrandosi sull’attività svolta dal dottorando italiano per conto dell’Università di Cambridge: la rogatoria internazionale si è però infranta contro l’omertà dell’ateneo, che ha classificato le ricerche di Regeni al Cairo come “confidenziali”. La pista inglese è molto solida, come testimonia il traffico delle celle telefoniche concomitante alla scomparsa ed al ritrovamento del cadavere di Regeni: sempre più elementi avvalorano l’ipotesi dell’operazione sporca per sabotare i rapporti italo-egiziani. Di fronte all’omertà ed ai tentativi di depistaggio inglesi, urgono azioni drastiche e tempestive: richiamare l’ambasciatore a Londra? È il minimo.
Dagli amici mi guardi Iddio…
La lentezza è una delle principali accuse rinfacciate alla giustizia
italiana, insieme a quella di svolgere le indagini con un tempismo
spesso sospetto: rallentando o velocizzando un’inchiesta, scegliendo con
cura quando inviare avvisi di garanzia e mandati di comparazione, la
magistratura è sovente accusata di imprimere un connotato tutto politico
al suo lavoro. Anche nelle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni,
è lecito porsi qualche interrogativo sull’azione degli inquirenti: non
vogliamo accusare i pubblici ministeri, sia ben chiaro. Diciamo soltanto
che la Procura di Roma, cui è spettato d’ufficio il caso Regeni, potrebbe aver ricevuto pressioni ad agire in un determinato momento, anziché in un altro.