In ogni guerra, ancora prima della gente, occorre assassinare la verità. Guerra alla libia: 100000 morti, 240000 persone ancora cercate, 78000 dispersi. 10300 donne violentate, 350000 rifugiati.
Dunque, siamo ai ferri corti con l’Austria. La Boldrini ha tuonato,
atteggiando la nobile boccuccia a furioso patrittismo anti-imperiale.
Forse manderemo truppe al Brennero (un déjà vu): i telegiornali soffiano
sul fuoco, gli ascoltatori Rai sono infiammati di odio per gli egoisti
viennesi, fascisti, che non obbediscono a papa Francé. Con l’Egitto
siamo già praticamente in guerra – “Verità per Regeni”, lo chiede la
mamma del medesimo con tutti i media – anche se proprio adesso che (su
ordine Usa) andiamo in guerra in Libia, ci sarebbe utile essere amici di
Al Sisi. Il quale ha appena mandato al generale Haftar – suo protetto
in Libia, anche se gli Usa lo hanno messo sotto embargo – 1050 veicoli
militari, per la maggior parte furgoncini Toyota di quelli che fanno
meraviglie con una mitragliatrice pesante binata piazzata sul cassone,
ma anche mezzi blindati, già verniciati con colori mimetici. Sembra
che Haftar con questi mezzi attaccherà i terroristi islamici di Derna,
Bengasi, a dell’ISIS nella Sirte. Sarebbe opportuno sapere prima del
nostro intervento se Haftar è nostro amico o nostro nemico, se in Libia
ce lo troviamo contro o al nostro fianco, se gli americani ci sbattono
contro i terroristi che armano loro, con cui colludono dai tempi della
Clinton al Dipartimento di Stato.
Accusa i neocon con nomi e cognomi: Paul Wolfowitz allora
viceministro al Pentagono, l’israelo-americano Michael Chertoff, il
rabbino Dov Zakheim (numero 3 al Pentagono) di essersi infiltrati nel
governo Bsh jr. e di aver organizzato, su istigazione di Israele, il mega attentato dell’11 Settembre 2001.
E non è un complottista marginale: è stato un alto funzionario del
Dipartimento di Stato da Nixon a Carter a Bush-padre, esperto in guerra
psicologica, attore in operazioni coperte (come l’uccisione di Moro)
per conto degli Stati Uniti. Membro fino al 2012 del Council on Foreign
Relations, quindi dell’élite dell’Establisment. Né lo si può accusare
di avere come motivazione l’antisemitismo: i suoi genitori erano ebrei
russo-polacchi fuggiti alla Shoah, lui ha scritto persino una biografia
di sua “mamma yiddish”, Teodora. E’ Steve Pieczenik.
Una vecchia conoscenza anche per l’Italia, come vedremo.
Steve Pieczenik ha detto tutto il 21 aprile 2016, intervistato da Alex Jones, creatore del sito InfoWars:
il video-intervista, di 47 minuti, è stato diffuso, probabilmente non a
caso, nel pieno della campagna americana per incolpare la monarchia
saudita del mega-attentato dell’11 Settembre, con la minaccia di
pubblicare le 28 pagine del rapporto della Commissione Senatoriale sul
9/11, segretate da Bush jr. proprio perché mostrerebbero il
coinvolgimento dei sauditi ai più alti livelli.
Steve Pieczenik corregge: sì, c’è stato la cooperazione di “agenti
sauditi”, ma il mandante principale è Israele, insiste
nell’intervista. Egli si dichiara disposto a testimoniare sotto
giuramento davanti a un tribunale federale e rivelare lì le sue fonti,
fra cui (dice) “un generale”. Preferisce sue vecchie foto…
Convoglio militare italo-britannico cade in agguato in Libia
Lo ha affermato il sito ebraico DEBKA, notoriamente vicino al Mossad.
Rapida traduzione:
“Il convoglio di Marines italiani, con le forze speciali britanniche
e le truppe libiche era in viaggio dalla città nord-occidentale di
Misurata verso la roccaforte ISIS di Sirte, che si trova 273 chilometri a
sud-est, quando è caduto in un’imboscata e duramente colpito dalle
forze ISIS.
“Ci sono stati uccisi e feriti fra le truppe italiane,
mentre mancano informazioni se ci sono state vittime inglesi. Alcuni
rapporti dicono che membri delle forze occidentali sono stati fatti
prigionieri da ISIS, ma devono ancora essere identificati.
E ‘possibile che eventuali ostaggi siano in mano alle “Forze Armate libiche”, una milizia comandata dal generale Khalifa Belqasim Haftar, un libico che ha la cittadinanza americana”. [vero che Haftar è americano. La frase di DEBKA è ambigua, vuole incolparlo. Può avere i suoi motivi. Nota di Blondet]
26 aprile 2016 di Michele Paris
Il vertice di lunedì a Hannover tra il presidente americano Obama e i
leader di Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, ha contribuito a
fare maggiore luce sui progetti occidentali per un nuovo intervento
militare in Libia a cinque anni dalla campagna di bombardamenti
risoltasi con la devastazione dell’economia e della società del paese
nord-africano. Le preoccupazioni dei governi che stanno predisponendo i
piani di intervento questa volta riguarderebbero principalmente il
flusso di migranti provenienti dal territorio libico e diretti verso
l’Europa.
Sputnik News, 25 marzo 2016 L’analista politico statunitense Phil Butler racconta nel suo
articolo per il New Eastern Outlook che il principe Mohammed el-Senussi
è uno dei figli di Sayyid Hasan ar-Rida al-Mahdi el-Senussi, principe
ereditario del Regno di Libia dall’ottobre 1956 al settembre 1969,
quando la monarchia fu abolita.
Il 1° settembre 1969 un gruppo di ufficiali dell’esercito libico, tra cui il colonnello Muammar Gheddafi, rovesciò re Idris di Libia e pose fine al governo de facto del principe ereditario.
È interessante notare che è stato l’erede “legittimo” al trono, il
principe Mohammed, a richiedere aiuto, nella sua intervista ad
Al-Jazeera English il 24 febbraio 2011, alla comunità internazionale per
rimuovere dal potere il leader libico Muammar Gheddafi.
Si
parla molto della Libia in questi giorni ma ancora oggi non vengono
chiarite le motivazioni che nel 2011 hanno condotto all’intervento Nato
in Libia. Cosa è accaduto, perché ci troviamo oggi in questa situazione
di caos nel paese nord-africano?…
Balbettando i leader occidentali dicono che bisogna completare la
democrazia in Libia , che l’intervento armato dell’occidente fu ‘un
errore’, ma non un errore in sè: fu un errore ‘non aver accompagnato i
libici nel ‘periodo di transizione’, di averli lasciati soli’.
Vedremo di seguito che questo non sarebbe stato comunque possibile,
giacchè il consiglio Nazionale di Transizione libico era formato da
membri di al Qaeda ed affiliati e l’occidente ne era perfettamente a
conoscenza perchè li aveva scelti.
Già da all’ora lo dicevamo a seguito di numerose eclatanti evidenze
che venivano colpevolmente sottaciute dai media mainstream di
intattenimento.
Già da allora lo diceva uno studio condotto di J.FELTER e B. Fishman, due analisti dell’Accademia Militare di West Point. Lo studio si chiama Al Aa’ida Foreign Fighter in Iraq. A first Look at the Sinjar Record (Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Science, US Academy, West Point, NY, December 2007) Ve ne proponiamo alcuni contenuti da una sintesi scritta sempre nel 2011 dal giornalista investigativo G.Tarpley che riprendende lo studio di West Point. Vietato Parlare – Patrizio Ricci
Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno
conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary
Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia.
Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si
deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump. Se le cose
sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di
una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha
deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che
stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen
Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la
verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu
attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi
massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La
loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato
di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione
Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere ribelli legati ad Al
Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi, ciò che
avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del
potere”. Sotto, i morti di Bengasi